Qualche cinema aperto e qualche ingresso gratuito in piscina sono iniziative positive, ma non possono diventare l’alibi con il quale pensare di avere risposto al problema. Una città di oltre sessantamila abitanti deve chiedersi seriamente che cosa offre ad agosto a chi resta.

La Tuscia sogna di vivere sempre più di turismo mentre molte famiglie devono fare i conti prima di partire. È il paradosso di un Paese che continua a celebrare l’occupazione ma si domanda troppo poco quanto valgano realmente i salari.
di Romero

Le ferie erano state conquistate per sottrarre una parte della vita al lavoro; poi abbiamo trasformato anche il tempo libero in consumo, prestazione e obbligo di dimostrare che siamo stati da qualche parte.

Una città funziona davvero quando rende più semplice vivere, quando fa perdere meno tempo, riduce le complicazioni, coordina servizi e orari, offre certezze.

Forse il vero mito viterbese non è il tetto scoperchiato, ma una città che, almeno una volta nella sua storia, ebbe il coraggio di scoperchiare il potere.
di Roberto Pomi

Intervista impossibile a un viterbese del Duecento, uno di quelli che, stanchi di aspettare che i cardinali eleggessero il papa, salirono sul Palazzo e cominciarono a scoperchiarlo

È bello quando gli operai si parlano fra loro, rinsaldando la propria amicizia, e commentano la vita e le scelte dei proprietari dell’azienda. Se poi si tratta di operai così particolari, che vivono per lo più in cucina e stanno in sala da pranzo solo per servire, nemmeno ti aspetteresti che parlino e ragionino così saggiamente…

Lasciate che la Tuscia continui a guardare in alto. Perché un popolo che perde la testa per un allineamento di pianeti è un popolo che conserva ancora intatta l'anima.

Persino il poeta Giuseppe Gioacchino Belli nel 1831 scriveva che il vino di Vignanello “te se confà a lo stommico e ar ciarvello”. E il tedesco Hans Barth nel 1909 parlava di un “divino Vignanello” capace di diffondere “una beatitudine tranquilla, voluttuosa” se assaggiato lì dove nasce, nelle cantine private scavate nel tufo.
Marcello e Giacomo sono ripartiti esattamente da qui. Hanno puntato tutto sui vitigni autoctoni, curando quel vigneto storico a Casamecocci che affonda le radici nel terreno fin dal 1950. Da qui prende vita il Malandrino, la loro prima scommessa in bottiglia. Non è un semplice vino, è l'unione dei vitigni tradizionali di questa terra, coccolati per mesi in cantina per tirare fuori l'anima minerale del posto. È il risultato di un'intuizione pulita, senza fronzoli.

L’uomo, dopo essersi reso protagonista di un'evasione dal carcere di Trieste, aveva cercato rifugio in Polonia. Un tentativo di fuga stroncato sul nascere grazie alla cooperazione internazionale e alla diramazione di un mandato di arresto europeo, che aveva permesso alle autorità polacche di rintracciarlo e disporne l'estradizione in Italia.
di redazione

















