Malandrini e sognatori: due giovani che ridisegnano il futuro del vino a Vignanello
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Persino il poeta Giuseppe Gioacchino Belli nel 1831 scriveva che il vino di Vignanello “te se confà a lo stommico e ar ciarvello”. E il tedesco Hans Barth nel 1909 parlava di un “divino Vignanello” capace di diffondere “una beatitudine tranquilla, voluttuosa” se assaggiato lì dove nasce, nelle cantine private scavate nel tufo. Marcello e Giacomo sono ripartiti esattamente da qui. Hanno puntato tutto sui vitigni autoctoni, curando quel vigneto storico a Casamecocci che affonda le radici nel terreno fin dal 1950. Da qui prende vita il Malandrino, la loro prima scommessa in bottiglia. Non è un semplice vino, è l'unione dei vitigni tradizionali di questa terra, coccolati per mesi in cantina per tirare fuori l'anima minerale del posto. È il risultato di un'intuizione pulita, senza fronzoli.

VIGNANELLO – Vado a Vignanello che è il giorno inaugurale della festa del vino. Ci vado per incontrare il futuro. Marcello lo conoscevo già dalla festa del novello, stavolta tocca a Giacomo. Sono due giovani imprenditori, due amici, due vignaioli veri. Di quelli che si sporcano le mani sul serio. Quelli che passano le notti insonni e danno tutto fino alla fine per un sogno.

È questa la Tuscia che mi piace. Quella nascosta tra i costoni dei Cimini. Quella racchiusa come una poesia dentro una bottiglia.

Vederli lavorare fa riflettere. Spesso si parla dei giovani come di una generazione distante, senza radici. Loro sono l’esatto contrario. Rappresentano quella gioventù controcorrente che non vuole scappare ma restare. Ragazzi che scelgono di baciare la terra dei padri e di rispettare le tradizioni, non per nostalgia, ma per fame di futuro. Capiscono che l’unico modo per andare avanti è ricordarsi da dove si viene. Non c’è innovazione senza memoria.

Hanno le idee chiare, anzi, da “Malandrino”. Il loro progetto nasce nel 2018 a Casamecocci. Non è solo il nome del posto dove sta la vigna, è la lettura di un territorio unico. Vogliono riscoprire uno dei territori a tradizione vinicola più antichi d’Italia e rivalutare i vitigni autoctoni.

Mi accolgono con il sorriso di chi ha grandi pensieri ma altrettanto grandi speranze. “Vignaioli a Vignanello” è il loro incipit.

Vogliono portare avanti la tradizione, dare valore a quello che producono e al modo in cui lo fanno.

“La nostra priorità è continuare a mantenere le specie originarie come il greco” mi dicono Marcello e Giacomo “ma anche tutte le altre. La nostra è una piccola realtà, ma con una storia territoriale vitivinicola ben radicata. Proprio come le nostre vigne”.

Dietro i loro occhi c’è una visione più grande. Questi ragazzi sanno che una bottiglia di vino non è solo alcol e profumi. È un biglietto da visita. È un motore economico che può accendere il turismo di un’intera zona. La Tuscia ha bisogno di questo. Ha bisogno di un turismo enogastronomico consapevole, fatto di persone che arrivano qui per camminare tra i filari, per scoprire i borghi e per respirare la pietra vulcanica. Creare un vino identitario significa tracciare una rotta sulla mappa per i viaggiatori di tutto il mondo.

E la terra qui risponde alla grande. Il suolo è vulcanico, figlio dei vulcani Cimino e Vico. Sputa tufo rosso, tufo bianco e peperino. Tutta questa roba carica le uve di minerali, regalando vini sapidi e con una gran bella acidità. La vocazione di Vignanello è roba antica, roba che risale ai Falisci. Nelle necropoli del Molesino hanno trovato uno stamnos dove Dioniso rivela il segreto del vino a suo figlio. Nel XVI secolo ci si è messa pure Ortensia Farnese a mandare questo vino sulle tavole dei papi e nelle osterie romane.

Persino il poeta Giuseppe Gioacchino Belli nel 1831 scriveva che il vino di Vignanello “te se confà a lo stommico e ar ciarvello”. E il tedesco Hans Barth nel 1909 parlava di un “divino Vignanello” capace di diffondere “una beatitudine tranquilla, voluttuosa” se assaggiato lì dove nasce, nelle cantine private scavate nel tufo.

Marcello e Giacomo sono ripartiti esattamente da qui. Hanno puntato tutto sui vitigni autoctoni, curando quel vigneto storico a Casamecocci che affonda le radici nel terreno fin dal 1950. Da qui prende vita il Malandrino, la loro prima scommessa in bottiglia. Non è un semplice vino, è l’unione dei vitigni tradizionali di questa terra, coccolati per mesi in cantina per tirare fuori l’anima minerale del posto.

È il risultato di un’intuizione pulita, senza fronzoli. È il racconto liquido di un territorio che non vuole farsi dimenticare, spinto da due ragazzi che hanno deciso di non mollare un centimetro e di regalare a questa terra il futuro che si merita.

© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia

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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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