

IL DOMENICALE – Prima dell’ombrellone, degli aeroporti, delle partenze intelligenti, delle fotografie sui social e delle classifiche sui luoghi nei quali bisogna assolutamente andare, Ferragosto raccontava soprattutto una cosa semplice: fermarsi.
Una parola apparentemente banale che nella società industriale aveva significato una conquista enorme. Ferie pagate, riposo settimanale e riduzione dell’orario di lavoro affermavano un principio che oggi diamo per scontato: la vita di una persona non appartiene interamente al lavoro.
Si lavora per vivere, non si vive soltanto per lavorare. Quel tempo liberato rappresentava una delle forme concrete della libertà: qualche giorno nel quale non bisognava produrre, timbrare, vendere, costruire o rispondere a qualcuno, potendo continuare a ricevere il proprio salario e dedicare una parte dell’esistenza alla famiglia, agli amici, al viaggio oppure semplicemente a sé stessi.
Poi abbiamo fatto qualcosa di straordinario: abbiamo conquistato il tempo libero e siamo riusciti a riempirlo di nuovi obblighi. Bisogna partire, possibilmente lontano, trovare il posto giusto, prenotare il ristorante giusto, vedere ciò che una guida dice che bisogna vedere, fotografarlo, pubblicarlo, raccontarlo, tornare stanchi ma soddisfatti perché nessun minuto è stato sprecato. Abbiamo trasformato perfino il riposo in prestazione.
E così restare a casa sembra quasi qualcosa da giustificare, mentre potrebbe essere una delle forme più semplici e autentiche della libertà: leggere, camminare, incontrare qualcuno, dormire, ascoltare musica, sedersi in una piazza, perdere tempo senza avere la sensazione di perderlo. Naturalmente, per poter scegliere di restare, bisogna avere una città che lo consenta.
Qui il ragionamento torna inevitabilmente a Viterbo, una città che possiede chiese, musei, piazze, parchi, biblioteche, storia, associazioni, università e spazi culturali, ma che troppo spesso sembra considerare agosto come una parentesi nella quale una parte della vita urbana può essere sospesa.
Non servono continuamente grandi manifestazioni: serve poter utilizzare ciò che già esiste. Una biblioteca aperta vale quanto un evento. Un museo accessibile, un giardino curato, una piazza vissuta. Una parrocchia capace di accogliere. Un luogo nel quale giovani e anziani possano incontrarsi. Tutto ciò produce una città molto più di un calendario riempito soltanto per poter dire che qualcosa è stato organizzato.
Ferragosto, per la tradizione cristiana, coincide inoltre con l’Assunzione di Maria, una festa che restituisce alla persona una dignità che non dipende dalla sua capacità di produrre, guadagnare o dimostrarsi utile. È difficile immaginare un messaggio più lontano dalla nostra ossessione contemporanea per la performance. Forse dovremmo recuperare proprio questo: il diritto ad avere un tempo che non debba rendere.
Non necessariamente per andare lontano, spendere molto o tornare con centinaia di fotografie, ma semplicemente per riappropriarci di quella parte della vita che il lavoro non dovrebbe occupare.
Prima dell’ombrellone c’era il riposo. Forse il vero lusso del futuro non sarà poter andare sempre più lontano, ma avere abbastanza tempo, abbastanza sicurezza e una città abbastanza viva da potersi permettere, qualche volta, di non andare da nessuna parte.

















