

SPECIALE – Viterbo ama definirsi la città dei Papi e, soprattutto, la città del conclave. È una delle pagine più conosciute della sua storia, raccontata ai turisti, riprodotta nelle guide ed evocata davanti al Palazzo papale. Eppure, proprio la forza dell’immagine rischia di aver nascosto il significato vero di ciò che accadde tra il 1268 e il 1271.
Dopo la morte di Clemente IV, i cardinali riuniti a Viterbo non riuscirono a eleggere il nuovo pontefice per quasi tre anni, divisi da interessi politici, contrapposizioni tra famiglie, alleanze internazionali e differenti visioni del futuro della Chiesa. Non era semplicemente un’assemblea che procedeva lentamente: era una paralisi del potere nel cuore dell’Europa medievale.
Ed è questo il punto che meriterebbe di essere raccontato meglio. I cardinali erano uomini potentissimi, rappresentavano famiglie, territori e schieramenti, discutevano mentre la sede pontificia restava vacante e la città continuava a sostenere il peso della loro permanenza. A un certo momento Viterbo perse la pazienza: le autorità cittadine decisero di intervenire, limitarono la libertà degli elettori, ridussero progressivamente le comodità e arrivarono allo scoperchiamento di una parte del palazzo nel quale erano riuniti.
Da qui nasce la leggenda più famosa, quella secondo cui il tetto sarebbe stato tolto per permettere allo Spirito Santo di raggiungere più facilmente i cardinali. È una battuta straordinariamente efficace, probabilmente molto più recente nei termini in cui viene oggi raccontata, mentre è storicamente documentato che il palazzo fu effettivamente in parte scoperto. Ma fermarsi al tetto significa perdere la parte più interessante.
Quello che avvenne a Viterbo fu qualcosa di molto simile a una ribellione civile contro un potere incapace di assumersi la responsabilità della decisione. I cittadini non sceglievano il papa e non pretendevano di farlo, ma chiedevano che chi aveva il compito di scegliere finalmente scegliesse. È una distinzione che conserva una sorprendente attualità.
La crisi nasce quasi sempre quando chi esercita il potere confonde la complessità con l’immobilismo, quando le mediazioni diventano infinite, gli interessi di parte prevalgono sull’interesse generale e la decisione viene continuamente rinviata, mentre fuori dalle stanze del potere qualcuno continua a pagare il prezzo dell’attesa.
A Viterbo accadde esattamente questo. Alla fine, i cardinali trovarono un compromesso, affidarono la scelta a un gruppo ristretto e nel 1271 venne eletto Teobaldo Visconti, che non era neppure cardinale e si trovava lontano dall’Italia, diventando papa Gregorio X. Proprio l’esperienza traumatica di quella lunghissima sede vacante contribuì successivamente alla regolamentazione del conclave, con norme destinate a impedire che un’elezione pontificia potesse nuovamente trasformarsi in una paralisi di anni.
Per questo dire semplicemente che “a Viterbo nacque il conclave” è suggestivo ma incompleto. L’elezione dei pontefici da parte dei cardinali esisteva già; quello che Viterbo contribuì a generare fu invece l’idea che gli elettori dovessero essere isolati, sottoposti a regole precise e soprattutto costretti ad arrivare a una decisione. È un’eredità molto più importante del folklore.
Viterbo dovrebbe forse raccontare questa storia non soltanto attraverso una sala, un palazzo e una rievocazione, ma come uno dei grandi episodi europei della crisi e della responsabilità del potere. Quasi otto secoli fa questa città mandò un messaggio semplicissimo a uomini convinti di poter discutere indefinitamente mentre tutto intorno restava fermo: Potete avere prestigio, autorità, titoli e potere, ma se vi è stato affidato il compito di decidere, prima o poi dovete decidere.
Forse il vero mito viterbese non è il tetto scoperchiato, ma una città che, almeno una volta nella sua storia, ebbe il coraggio di scoperchiare il potere.


















