«A un certo punto gli togliemmo pure il tetto»
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Intervista impossibile a un viterbese del Duecento, uno di quelli che, stanchi di aspettare che i cardinali eleggessero il papa, salirono sul Palazzo e cominciarono a scoperchiarlo

IL DOMENICALE – Intervista impossibile a un viterbese del Duecento, uno di quelli che, stanchi di aspettare che i cardinali eleggessero il papa, salirono sul Palazzo e cominciarono a scoperchiarlo.

Come ti chiami?

“Jacopo. Basta Jacopo, il cognome a quelli come me non serviva molto. Se avevi un palazzo ti ricordavano per generazioni, se portavi pietre, calce e legna eri Jacopo, Pietro, Matteo, uno dei tanti”.

Eri lì quando scoperchiarono il Palazzo dei Papi?

“E dove dovevo stare? Ero sopra, sul tetto, con altri. Qualcuno passava le tegole, qualcuno le levava, qualcuno da sotto gridava di stare attenti. Era diventato quasi un lavoro pubblico”.

Ma perché arrivaste a tanto?

“Perché quelli non eleggevano il papa. All’inizio aspettammo, poi aspettammo ancora, passavano i mesi, poi gli anni, e quelli continuavano a discutere. Un cardinale voleva una cosa, un altro il contrario, francesi, italiani, famiglie, alleanze, interessi, ognuno aveva Dio sulla bocca e il proprio candidato in testa. Noi invece avevamo altro da fare”.

Per esempio?

“Campare, che già allora era un mestiere abbastanza faticoso. Bisognava trovare il pane, lavorare, pagare quello che c’era da pagare, sopportare i potenti, le guerre, i prezzi che salivano, la cattiva stagione, le malattie. Viterbo non poteva fermarsi perché qualche cardinale non riusciva a decidere chi dovesse sedersi sulla cattedra di Pietro”.

Però scegliere un papa era una questione enorme.

“Appunto, se era tanto importante potevano sbrigarsi. Questa cosa non l’ho mai capita, più una faccenda è importante e più chi comanda trova buone ragioni per rimandarla, il poveraccio invece deve decidere subito. Hai fame? Devi trovare il pane oggi. Hai un debito? Devi pagarlo. Ti si rompe il tetto? Devi aggiustarlo prima che piova. Solo i potenti possono permettersi di trasformare l’indecisione in una strategia”

Così li chiudeste dentro.

“Noi gente comune non chiudemmo proprio nessuno, le decisioni le presero quelli che governavano la città, però a Viterbo ormai la pazienza era finita. Il ragionamento era semplice: se dovete eleggere il papa restate lì fino a quando non lo avete eletto. Non mi sembrava una punizione terribile; a me, se lasciavo un muro a metà, non pagavano”.

Poi ridussero anche il cibo.

“E pure lì qualcuno protestò. Noi mangiavamo quello che trovavamo e loro scoprivano improvvisamente che la sobrietà cristiana aveva dei limiti”.

E il tetto?

“Il tetto fu il messaggio più chiaro. Le parole non erano servite, le attese neppure, allora si cominciarono a togliere le tegole, una, due, dieci, cento. Quando togli una tegola non succede niente, quando ne togli abbastanza il cielo entra nella stanza”.

Non era irriverente verso i cardinali?

“Irriverente? Erano loro che da quasi tre anni tenevano una città appesa alle proprie divisioni. Noi togliemmo un tetto, loro avevano tolto la pazienza a tutti”.

Si racconta che voleste far entrare più facilmente lo Spirito Santo.

“Questo lo raccontano bene. Forse qualcuno lo disse davvero, forse è una battuta diventata leggenda, però rende l’idea. Se lo Spirito Santo non riusciva a entrare dalla porta, magari conveniva aprirgli il tetto”.

Avevi paura?

“Certo che avevo paura, ma uno come me aveva paura quasi tutti i giorni: della fame, delle malattie, di un lavoro che mancava, di un signore che decideva qualcosa sopra la tua testa. Quando vivi così impari che anche i potenti, visti da vicino, sono uomini, vestiti meglio, nutriti meglio, protetti meglio, ma uomini”.

Quando finalmente elessero Tebaldo Visconti, che diventò Gregorio X, cosa facesti?

“Tornai a lavorare. Che dovevo fare, aspettare che qualcuno mi facesse una statua?”

E non ti rendesti conto di avere partecipato a un fatto destinato a rimanere nella storia?

“No. La storia la fanno sempre dopo, sul momento pensi soltanto che ne hai abbastanza. Questa è la cosa che voi moderni forse non capite più, continuate a immaginare la storia come una faccenda di re, papi, presidenti e grandi uomini, invece qualche volta la storia comincia quando uno sconosciuto prende una scala, sale, guarda quelli che comandano dall’altra parte delle tegole e pensa che hanno avuto abbastanza tempo”.

Se oggi potessi parlare ai viterbesi cosa diresti?

“Di non vantarsi troppo di quello che facemmo noi. È facile essere fieri dei viterbesi del 1270, più difficile è comportarsi da viterbesi quando serve, perché il punto non era il tetto, né i cardinali, né il conclave.

Il punto era capire quando l’attesa diventa presa in giro, quando la prudenza diventa immobilismo, quando chi governa continua a discutere mentre fuori la città aspetta. E soprattutto capire che ogni tanto bisogna ricordare a chi sta dentro i palazzi che quei palazzi non galleggiano nel cielo, stanno dentro una città. E una città, quando perde davvero la pazienza, prima o poi una scala la trova”.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
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