

IL DOMENICALE – C’è un’immagine dell’Italia del boom che vale più di molte statistiche: una Fiat 500 o una 600 carica di valigie, il portapacchi pieno, i bambini dietro e la strada verso il mare. Un’immagine semplice che non raccontava soltanto le ferie, ma una delle più grandi trasformazioni sociali del Paese. Significava che milioni di famiglie che fino a pochi anni prima non avrebbero neppure immaginato di possedere un’automobile potevano finalmente comprarla, usarla durante l’anno e poi riempirla ad agosto per partire. L’industria aveva compreso una cosa elementare: non basta produrre automobili se poi la gente non ha soldi per comprarle.
La Fiat della grande motorizzazione di massa, prima con Vittorio Valletta e poi con Gianni Agnelli, cresceva dentro un sistema nel quale aumentavano produzione, salari, consumi e aspirazioni. Non era beneficenza, era economia, perché l’operaio che costruiva la macchina doveva progressivamente poter diventare anche colui che la comprava. È questa la lezione che abbiamo dimenticato.
Oggi discutiamo continuamente di costo del lavoro e molto meno del valore del lavoro. Ci entusiasmiamo quando aumentano gli occupati e ci chiediamo raramente che cosa quegli occupati riescano davvero a fare con il proprio stipendio. Possono comprare una casa? Crescere due figli? Cambiare una macchina vecchia? Affrontare una spesa imprevista? Mettere qualcosa da parte e andare qualche giorno in vacanza?
È questa la vera misura della ricchezza. Viterbo e la Tuscia possono diventare un osservatorio perfetto di questa contraddizione, perché mentre discutiamo giustamente di turismo, Francigena, terme, borghi, lago di Bolsena, centro storico e attrattività del territorio, rischiamo di immaginare un luogo sempre più bello per le vacanze degli altri mentre una parte di chi vi abita deve fare i conti prima di concedersi le proprie.
Bisogna essere chiari: il turismo produce ricchezza soltanto se quella ricchezza circola davvero, se crea lavoro stabile, se paga salari dignitosi, se mantiene aperte attività e se sostiene commercio, artigianato e servizi. Altrimenti rischiamo di avere: ristoranti pieni nei quali lavora chi non può permettersi di cenare, alberghi occupati nei quali lavora chi non riesce a pagarsi una settimana fuori, città visitate da migliaia di persone nelle quali i residenti riducono progressivamente i propri consumi. Non sarebbe sviluppo, sarebbe una fotografia dello sviluppo. E le fotografie, per quanto belle, non pagano le bollette.
Anche per questo la vacanza è un indicatore molto più serio di quanto sembri. Non stiamo rivendicando il diritto universale al villaggio turistico o alle Maldive, stiamo chiedendo se una persona che lavora tutto l’anno possa permettersi qualche giorno nel quale non pensare soltanto alle spese indispensabili.
Negli anni del boom le lunghe file di Fiat e Alfa Romeo sull’autostrada dimostravano che il lavoro aveva conquistato un valore nuovo: non serviva soltanto per vivere fino alla fine del mese, ma permetteva di immaginare una vita progressivamente migliore. Oggi quelle partenze per molte famiglie tornano a essere una voce da cancellare, ed è questo che dovrebbe preoccupare.
Perché quando il lavoratore smette di essere anche consumatore, prima si impoverisce lui, poi rallentano i negozi, i ristoranti, gli alberghi, le automobili, le imprese, fino a quando qualcuno scopre che comprimere indefinitamente il reddito di chi compra è un ottimo sistema per mettere in difficoltà anche chi vende. La vecchia industria italiana l’aveva capito. Forse sarebbe il caso che ce ne ricordassimo.


















