Viterbo-Auschwitz solo andata. Storia di una famiglia deportata tra coraggio e viltà
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Angelo Di Porto, Vittorio Emanuele Anticoli e Letizia Anticoli. Sono questi i nomi dei tre ebrei viterbesi che hanno perso la vita nei campi di concentramento nazisti. Correva l’8 gennaio di settantaquattro anni fa quando vennero rastrellati dalla loro casa, in via della Verità 19.

Angelo Di Porto, Vittorio Emanuele Anticoli e Letizia Anticoli. Sono questi i nomi dei tre ebrei viterbesi che hanno perso la vita nei campi di concentramento nazisti. Correva l’8 gennaio di settantaquattro anni fa quando vennero rastrellati dalla loro casa, in via della Verità 19.

Oggi davanti a quell’uscio poggiano tre “pietre d’inciampo” (leggi) con i loro nomi. E anni fa venne posta in ricordo una targa, messa però talmente in alto che c’è da vergognarsi (leggi).

La loro è una storia d’amore e di sofferenze. Non è possibile sapere se a trovarli fu la milizia fascista o se i fascisti arrivarono nella loro casa grazie a una spiata. Chi denunciava la presenza di un ebreo riceveva in cambio un premio: qualche chilo di farina o litro d’olio. Così poco potrebbero essere valse le vite di Angelo, Vittorio Emanuele e Letizia. Tutta la famiglia venne caricata a forza su un camion. E con i tre c’era anche la matriarca donna Rachele. Cadde dal veicolo in corsa verso il carcere di Santa Maria in Gradi. I fascisti pensarono che fosse morte e la lasciarono lì. La trovò un muratore che, caricatola sulla carretta, la portò all’ospedale vecchio degli Infermi. Qui venne curata e poi sparì, salvata da alcuni viterbesi.

Si salvò anche il nipote Silvano di 4 anni. Fu la signora Rita Corbucci, sposata Orlandini a prenderlo con sé e tenerlo fino all’arrivo degli alleati. Nella bolgia del rastrellamento, passando lì davanti prese con sé il piccolo Silvano. Fece finta di nulla e andò via, come se fosse figlio suo. Nel silenzio della madre Letizia, di cui la signora Corbucci era amica.

I rastrellati finirono tutti ad Auschwitz. Qui Angelo trovò la morte per i maltrattamenti subiti. Vittorio Emanuele, avanti con gli anni, trovò la fine dopo una lunga fila davanti alle camere a gas. Letizia sopravvisse, coltivando in cuore la speranza di riabbracciare suo figlio. Quando il 27 gennaio del 1945 i russi arrivarono ad Auschwitz lei era lì. Fu presa dai tedeschi e costretta alla marcia della morte, verso il campo dell’alta Austria di Mauthausen. Qui la morte fu più forte del suo amore e del suo coraggio di mamma.

Così venne annientata la famiglia di ebrei viterbesi che viveva al civico 19 di via della Verità. Nel silenzio e nell’indifferenza dei più, nella bestialità della milizia fascista e nel coraggio della signora Corbucci che salvò il piccolo Silvano di quattro anni. Silvano crebbe e ebbe modo di farsi una famiglia. I suoi figli hanno chiesto allo stato d’Israele di far riconoscere alla signora Corbucci il titolo di giusta tra le nazioni (leggi).

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Le più avanzate soluzioni tecnologiche oggi ci mettono a disposizione pacemaker e persino cuori artificiali, braccia e gambe meccanici che sopperiscono ad un handicap fisico, chip sottocutanei per pagare con il pos e aprire porte e siamo sulla buona strada per restituire la vista ai non vedenti ...
Sette vite spezzate in un lampo di fuoco e polvere.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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