Vita da numeri 1 – “Dilettanti’s Karma” ovvero il rischio collasso delle fondamenta del calcio

Vita da numeri 1 – “Dilettanti’s Karma” ovvero il rischio collasso delle fondamenta del calcio

C’era una volta il calcio dilettanti, con i suoi campi sportivi pieni di gente e carichi di quell’euforia travolgente che faceva fare la differenza, specialmente tra le mura amiche. Macchine dappertutto e trovare un posto libero in tribuna era un’impresa da titani.

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C’era una volta il calcio dilettanti, con i suoi campi sportivi pieni di gente e carichi di quell’euforia travolgente che faceva fare la differenza, specialmente tra le mura amiche. Macchine dappertutto e trovare un posto libero in tribuna era un’impresa da titani.

Era il tempo in cui tutti giocavano a calcio e i settori giovanili erano pieni di bambini dal momento che era lo svago numero uno nel dopo scuola. Specialmente nei piccoli paesi.

La crisi economica non aveva messo in ginocchio molte attività locali e pseudo regole non avevano contribuito a rendere tutto così difficoltoso. Se a questo si aggiunge il fatto che tanti sponsor, che negli anni hanno fatto la differenza, non riescono ormai più a rispettare gli accordi presi con le società, è facile capire che la questione non può essere più sottovalutata.

È in questa situazione che c’è l’assoluta esigenza di intervenire per mettere dei paletti che possano fare in modo di tutelare chi, nel dilettantismo, ha trovato la propria serie A. Si sente troppo spesso e con troppa facilità dare dei mercenari a chi gioca a calcio nelle categorie minori senza nemmeno sapere come stanno realmente le cose.

È troppo facile dire “Quello per giocare in Prima Categoria prende così…”; “Quell’attaccante guadagna come un operaio”. Chiacchiere su chiacchiere quando basterebbe solamente cercare altri giocatori e accontentarsi di quello che possono permettersi le proprie casse.

Il mercato calcistico è soggetto alle stesse leggi del libero mercato. Domanda e offerta e come sempre chi può permettersi di alzare il prezzo di un prodotto la fa da padrone. Ma non è detto che se la situazione cambia si debba per forza perseverare su dei livelli che sono diventati ormai insostenibili.

Il calcio è passione, impegno e serietà e questo deve essere sempre e comunque alla base di tutto…ma da entrambe le parti. È troppo facile puntare il dito contro i ragazzi che giocano a calcio come se avessero loro la colpa di essere stati contattati, di aver ricevuto una proposta e soprattutto di non averla rispettata. Dirigenze che a inizio anno sembrano un esercito di persone all’allenamento per poi finire a un pugno di mosche quando l’inverno con il suo freddo si appropria di tutto o quando i risultati non arrivano.

A questo punto credo che la Federazione Italiana Giuoco Calcio o il Comitato Regionale debbano intervenire se c’è la volontà di dare un futuro a tante realtà locali, altrimenti si rischia, tra qualche anno, il collasso totale.

Ovviamente se non ci sono introiti o qualche imprenditore locale non investe nel calcio, difficilmente la Federazione o il Comitato potrà fare qualcosa ma almeno si potrebbero mettere delle regole che non permettano a tante squadre di iniziare i campionati senza le relative coperture economiche.

A parole credo che la bravura sia di molti ma non ha senso riempirsi la bocca se poi non si fanno proposte concrete.

La mia idea è che ogni squadra a inizio anno deve presentare alla Federazione, insieme all’iscrizione, una sorta di bilancio preventivo con le coperture relative alla stagione, dando la possibilità di poterlo rivedere a dicembre all’apertura della seconda sessione di mercato.
Queste coperture peró devono essere reali e documentate in modo che ogni Presidente potrà formare la propria squadra solo con soldi concreti e non su ipotetiche entrate.

In molti penseranno che questa sia utopia ma siamo arrivati a quel famoso punto di non ritorno che se non si interviene in fretta e con regole decise e forti il capolinea lo troviamo alla prossima fermata.

Una stagione calcistica è programmazione totale e non approssimazione. Società che non possono permettersi di spendere chissà cosa potrebbero investire nel settore giovanile in modo che la prima squadra diventi lo sfogo finale per quei ragazzi che hanno terminato un percorso con quella maglia.
Non bisogna limitare chi ha la possibilità di investire, come fanno molti Presidenti. Ognuno è libero di usare i propri soldi come meglio crede ma non possiamo nemmeno permettere di formare squadre con la speranza che poi qualcuno ci metterà le mani.

Ho la consapevolezza che questa proposta potrebbe scrivere definitivamente la parola FINE al calcio dilettante ma è il rischio che dobbiamo correre se vogliamo provare a creare nuovo entusiasmo e tornare a riempire quelle tribune che sono sempre più vuote.

Quando un calciatore sposa un progetto sogna e si sente legato a quella situazione. Si impegna, lotta e prova a regalare emozioni ad un società che sente come la propria casa e la sua famiglia.
Quando quel calciatore stringe la mano convinto di aver trovato un accordo non pensa che tutta la sua motivazione e la sua voglia di fare bene finirà non appena chiuso il mercato di dicembre, quando non potrà andare più da nessuna altra parte e non gli riconosceranno più alcun rimborso.
Non pensa che quel Presidente gli ha promesso un qualcosa solo sulla parola di uno sponsor e no su un qualcosa di reale.

Pensa a giocare e spingere al massimo, divertirsi e divertire. Si sente gratificato dal fatto che qualcuno crede ancora in lui e ha una voglia matta di dimostrare il suo valore. Vuole fare gol ed esultare ma soprattutto, non vuole arrendersi alla triste convinzione che ormai, nei dilettanti di oggi, quando sposi un progetto, significa che ti hanno fregato. 

Natale Viterbo