Un viterbese in Antartide – “Trovarsi di fronte due fantasmi”

Un viterbese in Antartide – “Trovarsi di fronte due fantasmi”

Il diario di Bruno Pagnanelli si arricchisce di una pagina da brividi. Il racconto di due "fantasmi", che arrivano nella sua base dopo essere stati nel posto più incredibile del mondo.

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Il diario di Bruno Pagnanelli si arricchisce di una pagina da brividi. Il racconto di due “fantasmi”, che arrivano nella sua base dopo essere stati nel posto più incredibile del mondo.

 

Ho incontrato Vito. E’ uno dei due “invernauti”. Sono tornati oggi dalla stazione di Concordia, dopo una permanenza di tredici mesi nel posto più estremo del mondo. Ci siamo salutati, è salito a trovarci in sala operativa, con un sorriso grande come una finestra sul mondo. In maniche di maglietta, insieme a un suo collega, il dottore, anche lui reduce da questa prova titanica.

Perché Concordia, o Dome-Charlie, è una prova durissima, una vera sfida contro tutto e tutti, una vera crociera nell’assurdo, contro la natura e contro te stesso. Perché Dome-C è il titano, il titano del freddo, una stazione costruita sopra uno spessore di 3200 metri di ghiaccio. La terra, quella vera, quella di roccia è sepolta da 3 chilometri di freddo.

In inglese mi viene in mente un termine: “spook” ma non riesco a trovarlo nel vocabolario. E’ un termine che si riferisce agli spettri, ai fantasmi. E’ come trovarsi di fronte due fantasmi. Il dottore è pallido, emaciato, Vito ha ripreso un po’ più di colore.

E’ lo stesso ragazzo che quando arrivai qua, a ottobre, avevo contattato in radio, in HF, lo stesso che dopo 8 mesi di isolamento si era esaltato sentendo la mia voce, e mi aveva lasciato di stucco, emozionato per la sua gioia, di fronte a un saluto fatto a 1200 chilometri di distanza.

“E’ la prima voce diversa che sento dopo 8 mesi” mi disse. La prima. Ed era la mia, mi sentii onorato, gratificato.
Empatia, la chiamano. E mi regalò i primi brividi, non dovuti al freddo. Tre giorni dopo l’apertura della nostra stazione.

Hanno passato l’inverno antartico insieme ad un’altra dozzina di persone, in una torre di acciaio costruita su uno spessore di ghiaccio alto 3 chilometri, distante da ogni forma di vita più di mille e duecento chilometri, dove non ci sono possibilità di venir ripresi, in nessun caso, per nessuna evenienza, dove la verdura è finita a maggio scorso e le sigarette a luglio. Hanno passato più di 90 giorni nel buio più assoluto, dove gli unici bagliori sono creati dalle aurore australi e dal cielo immenso, stellato, uno spettacolo incredibile da vedere, la gioia assoluta per un astronomo, per la purezza dell’atmosfera, così sottile, che sovrasta il plateau.

Dicevo, distribuisce sorrisi. Anche il dottore. Parlano dell’esperienza, di come si sentono, delle difficoltà avute e di quel terrore dovuto al generatore in avaria subito, appena rimasti soli, con l’inverno di fronte, ancora tutto da affrontare.

Come l’ultimo saluto all’aereo, a febbraio scorso e il primo arrivo nell’ottobre successivo. Dice che per 3 mesi inizi a pensare che tutto è ultimo. L’ultimo arancio, l’ultima sigaretta, l’ultimo pezzo di verza. Poi diventa tutto “primo”. Il primo giorno senza nero nel cielo, il primo bagliore, la prima volta che rivedi l’ombra, il primo raggio di luce, la prima alba e il primo tramonto dopo 100 giorni, il primo aereo, la prima mela fresca.

L’unico contatto col mondo: una tastiera e un monitor per mesi. Mi raccontano che hanno fumato la salvia arrotolata nella carta igienica, hanno sognato arance e kiwi, hanno mangiato integratori per assumere vitamina C ma non avevano nulla per assimilarla. La vitamina D completamente assente, come il sole.

L’unica forma di vita, gli unici cuori a battere ancora nel mezzo del nulla, in un oceano di ghiaccio spesso e antico, grande come l’Europa. Niente pinguini, niente skua, niente licheni sulle rocce, niente rocce e nessun batterio, a meno che non sia sepolto sotto chilometri di coltre vetrificata.

Già neanche un batterio. Ci sarà un motivo. Dicono che quando esci a -70 con 5 nodi di vento hai un windchill di meno 105°C. Non si resiste più di 5 minuti all’esterno. Le batterie muoiono in pochi istanti.

Dome-C è il posto delle assurdità, torni che sei come un malato di AIDS. Dopo un anno, se abbracci uno c’è il rischio di star male per un mese, le tue difese immunitarie sono azzerate, puzzi di ammoniaca perché non riescono a smaltire l’urea dell’urina e l’acqua con cui ti fai la doccia ha uno strano odore, la plastica che sta fuori e che protegge i cavi di fibra dei dati, dopo 3 mesi di inverno si polverizza.

Dome-C è l’ultima frontiera, è il confine fra la terra e lo spazio, il confine fra tutto e nulla. Il tutto perché dimostra che l’impossibile, come creare una stazione qui, è invece possibile e il nulla perché se guardi fuori, a 360 gradi, l’orizzonte finisce sempre nel bianco senza distanza. Il nulla è la notte di 100 giorni, il tutto è il giorno senza tempo e senza notte.

La maglietta di uno di loro ricorda il passaggio dell’inverno ed è la prova di come si possa trasformare la sopravvivenza in qualcosa di estremamente figo! Gliela ruberei volentieri ma non avrebbe lo stesso valore. Io non ho fatto l’inverno e non sarei così figo (non lo sarei comunque), sarei un millantatore…

Lui è resistito all’inverno e ha titolo a vestirla. Fra sopravvivere ed esistere il passo è breve. Se sopravvivi, esisti di sicuro ma quando sopravvivi gli altri ti vedono solo come uno che esiste. Perché oggi loro sembrano un po’ spettri. Mi ritorna in mente il termine “spook”.

E’ complicato ma in fondo è stupido. Quando li ho visti ho pensato questo. Non hai colore, sei un po’ in bianco e nero, cammini in bianco e nero e l’energia che hai la usi per distribuire sorrisi. Si vede che sono stanchi. Rimasti isolati, in 13 per un anno. Le parole sono surrogati di pensieri senza voglia, gli unici rimasti sono dedicati ad un abbraccio e al tepore di un pomeriggio al sole di fronte al pack tiepido coperto di foche che russano clamorosamente.

Mi ha detto, voglio fare una passeggiata. Voglio uscire senza occhiali e non aver paura di incollarmi le palpebre, voglio camminare senza paura di trovare il vento. Voglio una cosa più di tante altre: voglio sporcarmi le scarpe di terra.

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