“Tutti d’un sentimento”, la festa vista dalla prospettiva dei Facchini

“Tutti d’un sentimento”, la festa vista dalla prospettiva dei Facchini

Senza facchini di Santa Rosa non c'è Macchina, non c'è Trasporto, rimane ben poco di una tradizione e di un sentimento capace di attraversare i secoli e farsi nuovo ogni tre settembre.

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Senza facchini di Santa Rosa non c’è Macchina, non c’è Trasporto, rimane ben poco di una tradizione e di un sentimento capace di attraversare i secoli e farsi nuovo ogni tre settembre. Rimane poca cosa, o forse anche nulla, di questa storia di carne tutta viterbese capace di incantare la gente, i papi e il mondo; portando a casa il 4 dicembre 2013 il titolo di Patrimonio dell’Umanità. (Foto Bruno Pagnanelli)

I facchini sono il motore umano della Macchina. Un microcosmo di diversità umane capaci di farsi “tutti d’un sentimento”; di accollarsi cinquanta quintali di peso sul “groppone” del gruppo, di spingere verso un unico obiettivo. Il Sodalizio è sotto moltissimi aspetti, forse quelli centrali, il perno della festa e della devozione che si rinnova. Esempio per i viterbesi, stimolo per i giovani e persone rispettate da tutti per lo sforzo, il sacrificio e la devozione che permettono ogni anno il ripetersi del miracolo del Trasporto. Tanto che avere un facchino in casa è una sorta di benedizione, un orgoglio. Così come essere amico di un facchino o più semplicemente anche vicini di appartamento. Nei giorni intorno al tre settembre e soprattutto “quella sera del tre” chi indossa la tradizionale divisa non è più solo se stesso. E’ simbolo, è spirito e sentimento di una città tutta. Diventa braccia, gambe, sudore e cuore dei viterbesi. Viterbesi che dalle vie, piazze, finestre hanno nella gola e nell’anima un semplice e totale incitamento: “Dateje”. Per i lettori viterbesi non c’è niente da spiegare, avranno già la pelle d’oca. Per chi non lo fosse questo strano trisillabo può essere dettagliato meglio così: “Mettetecela tutta, siamo una cosa sola con voi. Spingete sulle gambe, portate in alto la Macchina, fateci battere il cuore e bagnare gli occhi. Possiamo vincere questa sfida tra l’uomo e il peso, perché siamo uniti in Rosa e niente possiamo temere”.

Non si diventa facchini in un giorno e non lo si è solo per un giorno. Abbiamo cercato di riassumere gli aspetti centrali di questa figura, di questo ruolo, di questi uomini.

La selezione

Si diventa facchino superando quella che viene detta “la prova di portata”. Consiste nel portare sulle spalle una cassetta del peso di 150 chilogrammi, lungo un percorso di 90 metri. Percorso tracciato all’interno della ex Chiesa della Pace (vicino Porta della Verità) e che segue il perimetro della navata (circa 30 metri), ripetuto per tre volte. Ogni anno, a giugno, la prova deve essere sostenuta sia dai veterani che dai nuovi aspiranti e la valutazione dell’idoneità è di esclusiva responsabilità del capofacchino. Sempre all’interno della ex Chiesa della Pace si tiene, a poche settimane dal Trasporto, una riunione per definire la formazione e assegnare i compiti con la consegna delle tradizionali protezioni.

La divisa

Tutti i facchini indossano una precisa divisa. Si compone di una camicia bianca a maniche lunghe arrotolate sopra i gomiti, pantaloni bianchi fermati sotto le ginocchia (alla “zuava”), fascia rossa in vita, fazzoletto bianco annodato alla corsara, scarponcini neri alti e calze bianche lunghe fin sopra il ginocchio. Prima della seconda guerra mondiale l’attuale fascia rossa della divisa dei facchini era sempre rossa ma arricchita con delle bande colorate. Alle estremità inoltre erano poste delle grange di fili rossi, rosa e blu; annodati a mano.

Il capofacchino e le guide si distinguono perché indossano pantaloni neri e la fascia trasversale con i colori di Viterbo: giallo e blu. Diversi sono i ruoli previsti all’interno della formazione ma tutti rivestono uguale importanza e responsabilità per la sicurezza e la buona riuscita del Trasporto: guide, ciuffi, spallette, stanghette, leve, cavalletti.

La giornata del facchino

La “vestizione”, il raduno e il “giro delle sette chiese”

In principio è il raduno. E’ la “porta d’ingresso” mentale al Trasporto. I facchini arrivano, nel primissimo pomeriggio, tutti con la divisa in perfetto ordine, i più tradizionalisti e residenti nel centro o nelle vicinanze uscendo di casa a piedi. Prima di questo momento d’incontro, nel privato delle case, si è consumato un altro importante rito: “la vestizione”. In genere è la madre a vestire il facchino-figlio o se sposato la moglie. Si tratta di un momento intimo, di grande raccoglimento e festa. Una commozione che nelle case dei cavalieri di Rosa si ripete ogni anno, dando il via al giorno più importante.

Al raduno i facchini ricevono il saluto delle autorità civili e religiose. E’ il momento delle parole, dei discorsi, della prima carica. Poi la formazione si schiera e si avvia per le vie della città dove si svolge il “giro delle sette chiese”. Il giro si conclude al santuario di Santa Rosa dove i facchini sfilano lentamente davanti alla grata che protegge l’urna con il corpo della santa, soffermandosi in preghiera.

Il ritiro

Altro momento forte e centrale nella preparazione è il ritiro. Terminato il giro delle sette chiese i facchini si spostano nel boschetto del convento dei Cappuccini a San Crispino per riposare e intrattenersi con le proprie famiglie. Quando si avvicina l’ora del Trasporto i facchini si raccolgono in silenzio attorno al capofacchino, che li saluta e li incita a dare il meglio di sé con entusiasmo, per la santa e per la città.

Concluso questo momento importante di raccoglimento la formazione si avvia verso la chiesa di Santa Rosa. Quando i facchini passano davanti al sagrato ripetono la bella tradizione del saluto ai propri familiari, lì raccolti, alzando ciuffi e spallette. Quindi, percorrendo il percorso al contrario, sfilano abbracciati verso la Macchina. Lungo il percorso ricevono gli applausi e l’incoraggiamento della folla presente in attesa del passaggio della Macchina.

Verso la “mossa”

Arrivati a piazza del Comune c’è l’incontro con il sindaco e le autorità presenti, che entrano nel corteo precedendoli nell’arrivo a San Sisto. Appena le prime file dei facchini arrivano a piazza fontana Grande la Macchina, fino a quel momento oscurata dal buio, viene improvvisamente illuminata, come ad accoglierli.

Giunta a San Sisto la formazione entra nella chiesa dove i facchini si raccolgono in preghiera. Un fiume di fazzoletti bianchi che riempie le navate, forse una delle immagini più dense e suggestive dell’intera festa. Il vescovo impartisce la benedizione “in articulo mortis”. La benedizione viene quindi ripetuta anche all’esterno, con tutti gli uomini in ginocchio ai piedi della Macchina. Quindi il primo cittadino consegna ufficialmente la Macchina nelle mani del costruttore, che affida il Trasporto al capofacchino.

Il “sollevate e fermi”

Ora è tutto pronto. Al centro è il capofacchino con la sua voce. E’ tutto un incontrarsi di occhi, un attivarsi di movimenti precisi. Il capofacchino compone la formazione sotto la Macchina. Parte dalle stanghette posteriori e va avanti. Tutte le luci vengono spente, silenzio. Poi una voce squarcia il buio, squarcia il silenzio: “Siamo tutti d’un sentimento?”. Il “sì” esplode da sotto la base della Macchina. Arriva una sequenza di comandi; “Sotto col ciuffo e fermi!”. “Fermi!”. “Facchini di Santa Rosa, sollevate e fermi!”. Questa è la “mossa”. L’impeto dei facchini è tale che la Macchina balza verso l’alto di colpo, come a prendere vita. Sembra ricadere verso il basso, assestarsi sulle schiene e le spalle. Tutto è pronto: “Per Santa Rosa, avanti!”. Quindi tutte le tappe fino alla salita del santuario, la posa della Macchina e gli abbracci.