Le chiacchierate del Sestante – Un viterbese inventa il gioco di Mafia Capitale

Le chiacchierate del Sestante – Un viterbese inventa il gioco di Mafia Capitale

“Caput mundi”, questo il nome del gioco, è infatti anche un invito a riflettere dal punto di vista storico e sociologico sulla Roma del malaffare politico-criminale, quello che il grande pubblico ha cominciato a conoscere con Romanzo Criminale e il processo di Mafia Capitale.

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31 anni, viterbese, avvocato e un impiego di responsabilità a Roma, presso una grande azienda italiana. Davide Titocchi è uno di quei ragazzi di questa generazione sciagurata che, dopo aver combattuto con le mille difficoltà di un tempo non certo generoso con chi ha la nostra età, tuttavia, non ha perso la voglia di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, affermandosi sul lavoro e mantenendo al contempo lo spirito sognante degli anni spensierati.

Già, perché Davide ha recentemente attirato l’attenzione di alcune testate nazionali in quanto, insieme a un suo amico e collega (Gianluca D.), è riuscito a trasformare un’antica passione, quella per i giochi da tavola e di ruolo, in un suo gioco originale, accattivante e capace di proiettare i giocatori in una dimensione che non è solo quella ludica.

“Caput mundi”, questo il nome del gioco, è infatti anche un invito a riflettere dal punto di vista storico e sociologico sulla Roma del malaffare politico-criminale, quello che il grande pubblico ha cominciato a conoscere con Romanzo Criminale e il processo di Mafia Capitale.

Insomma, una Roma ferita e maledetta, che fa da sfondo a una storia ambientata nei tormentati anni ’70 (questo il periodo in cui si svolgono le vicende del gioco) ma che, a ben vedere, allunga le sue ombra anche sui decenni successivi, che sono infondo la conseguenza di un male che non è mai stato estirpato, il prosieguo di un racconto fuori dallo spazio e dal tempo, di cui Roma è solo uno dei tanti, possibili, teatri allegorici: la storia dell’eterno connubio tra potere criminale, affari e politica. Per parlarne nel dettaglio noi de La Fune abbiamo incontrato l’autore.

 
Davide, come è nata l’idea di “Caput mundi”?

“In via di massima, diciamo che erano i giorni in cui era iniziata l’inchiesta di “Mafia Capitale”. Però, a ben vedere, l’idea del gioco ha preso le mosse da fatti apparentemente più piccoli: parlo di quelli con cui quotidianamente si misurano i singoli cittadini, che subiscono i disagi più disparati per il semplice fatto di doversi confrontare con le logiche spesso assurde e brutali di una città come Roma. Ebbene, è stato dalla sommatoria di tante piccole disavventure che, a poco a poco, è nato in me il desiderio di reagire. Mi dicevo: “io voglio fare qualcosa per far capire alla gente quanto assurdo sia vivere in questa città”. Ma compresi che, per farlo, avrei dovuto riversare la rabbia e la frustrazione provata nel corso di quelle disavventure su un progetto originale, che potessi sentire davvero mio: capii che avrei potuto riuscirci, piuttosto che con un libro, creando un gioco in cui raccontare sia le piccole angherie (spesso criminali) di cui sono vittima tante persone come me, sia le logiche di malaffare che stanno dietro il malfunzionamento di molti servizi pubblici oppure dietro l’illegalità (solo in apparenza insignificante) di figure minori come il borseggiatore o il parcheggiatore abusivo. In una parola, avrei raccontato i (grandi) mondi dietro quelle (piccole) sgradevoli cose, come quelli di cui parlavano le inchieste di allora su “Mafia Capitale”. Così, presi il telefono, ne parlai con il mio amico Gianluca D., che ne fu subito entusiasta, e insieme cominciammo a lavorare su questa idea”.
Dunque, hanno ragione coloro che hanno definito il tuo come “il gioco da tavola di Mafia Capitale”?

“Non esattamente, perché il discorso è molto più ampio e si proietta su uno scenario più vasto e risalente nel tempo. Diciamo però che il concetto guida che abbiamo seguito è stato quello di rimanere il più possibile fedeli alla realtà, cercando di ricostruire le dinamiche che stanno dietro il rapporto, tra virgolette “mafioso”, evidenziato da vicende come quella di “Mafia Capitale” (ma non solo): un rapporto che, per la giustizia, pare adesso che “mafioso” non fosse, anche se, a mio parere, almeno in un’accezione latamente letteraria, lo è, perché simili realtà ci raccontano pur sempre di relazioni illecite fondate su scambi, favori e ricatti. Secondo me, la differenza fondamentale tra la mafia propriamente detta e questa sorta di mafia è che la mafia come l’abbiamo sempre sentita raccontare è più nettamente basata sul ricatto e sulla paura mentre questa si fonda su un più sottile “diamoci tutti una mano, c’è da mangiare per tutti senza pestarci i piedi, io faccio questo e tu fai quello”. E, a leggere la storia di tanti processi sulla criminalità romana nel corso degli anni, proprio questo sembra essere un elemento distintivo dei fenomeni di collusione tra potere criminale e potere politico in contesti come Roma: la città è una torta e in tanti se la spartiscono, prendendosi chi gli appalti, chi la speculazione edilizia, chi la droga e così via. E chi ci rimette, alla fine, siamo tutti noi, ossia i semplici cittadini. Comunque, proprio per evitare semplicistiche associazioni tra la storia raccontata dal gioco e quella finita nelle aule giudiziarie attorno alle figure specifiche di Buzzi e Carminati, abbiamo scelto di ambientare il gioco negli anni ’70, quelli che videro la Banda della Magliana muovere i primi passi, peraltro nel solco di una strada già tracciata dal Clan dei Marsigliesi e, comunque, su uno scenario in cui operavano anche organizzazioni criminali molto più grandi, come Cosa Nostra. Inoltre, sempre con riferimento agli Anni di Piombo, un altro aspetto che ci è apparso interessante è stato quello delle connivenze tra le diverse forze criminali e le frange politiche più estremiste, sia di destra che di sinistra, che hanno giocato un ruolo centrale nel permettere ai mondi del crimine e della politica di incontrarsi, contribuendo a intessere relazioni che sarebbero sopravvissute fino ad oggi, benché sempre più spogliate delle iniziali velleità ideologiche per legarsi, infine, a logiche di puro e semplice profitto. E tutto questo lo raccontiamo nel gioco”.

Ecco, venendo al gioco, vogliamo rivelare qualche particolare e illustrarne almeno le dinamiche principali?

“Certamente. Intanto, diciamo che la meccanica di fondo è quella del “role playing”, dove ciascuno dei giocatori (compresi tra un minimo di 3 e un massimo di 5), interpreta in prima persona il boss di una delle 5 bande che si contendono il dominio dei quartieri della Capitale, rappresentati su una apposita mappa. Ora, quanto alle bande, le abbiamo ideate sulla base di distinti caratteri sociologici, individuandole: nella “Batteria romana”, ovvero la criminalità autoctona di borgata ispirata alla Banda della Magliana e dedita soprattutto al racket; nei “Giostrai”, ossia la microcriminalità dedita a furti e scippi; nel “Clan dei clan”, cioè la lunga mano della mafia siciliana dedita soprattutto al traffico degli stupefacenti; nella “Brigada”, ovvero la mafia dell’est dedita al traffico di armi con i Paesi dell’ex Blocco sovietico e in contatto con frange estreme di sinistra; nei “Borghese”, ossia una criminalità anch’essa autoctona, ma proveniente dalla Roma c.d. “da bene”, più ammanicata con il potere cittadino e legata a frange di estrema destra. Detto questo, ogni banda ha dei malus e dei bonus conformi alle sue caratteristiche, e si contende con ciascuna delle altre il predominio sulla città. In particolare, vince il gioco chi raggiunge un valore maggiore di “rispetto” alla fine dei turni stabiliti (ciascuno corrispondente ad 1 anno e in numero variabile a seconda di quanto i giocatori abbiano scelto di fare lunga una partita). Per inciso, questo “rispetto”, da intendersi ovviamente nell’accezione machiavelliana per cui il potere è di chi è riverito in quanto “temuto”, si ottiene acquistando “influenza” (grazie alla conquista di nuovi quartieri) e dedicandosi al “crimine” (grazie alla messa in opera dei più disparati traffici criminali su quei quartieri). Peraltro, il raggiungimento di questo obiettivo (avere più rispetto degli altri) non passa necessariamente per vie violente, in quanto i singoli giocatori possono anche provare a raggiungere la condizione di vittoria con la diplomazia, secondo logiche di scambio e tessendo alleanze, seppur con la consapevolezza che in ogni momento un alleato potrà pugnalarli alle spalle, come nel mondo reale. E proprio per cercare di valorizzare l’astuzia più che la fortuna, i giocatori devono imparare a gestire anche i rapporti con una serie di “figure non giocanti”, quali: la “Dama”, che gestisce la prostituzione e permette di venire a conoscenza di segreti che poi possono essere venduti o usati per ricattare; il “Monsignore”, che rappresenta il lato oscuro della Chiesa e permette di incrementare notevolmente la propria influenza; lo “Zio”, che decide i prezzi all’ingrosso della droga; il “Cravattaro”, che rappresenta un po’ la banca del gioco. Infine, ci sono lo “Sbirro”, che è l’unica figura positiva perché ha la funzione di impedire le attività criminali, e il “Politico”, del quale tutti i personaggi si contendono i favori finanziandone la campagna elettorale in quanto è la sola figura capace di mettere i bastoni fra le ruote al poliziotto”.

Il gioco è già stato presentato a qualche evento?

“Sì, ad una convention di 40-50 ideatori di giochi da tavola svoltasi qualche mese fa a Roma, dove abbiamo scoperto un mondo che non conoscevamo assolutamente, quello degli inventori di giochi, che sono come una specie di famiglia in cui c’è molto rispetto e nessuna invidia, in quanto non è un settore dove si guadagna granché e dove quindi ci si incontra per pura passione, dandosi consigli e provando ciascuno i giochi dell’altro. Comunque, in quell’occasione, il nostro è risultato uno dei giochi più apprezzati, richiamando anche l’interesse di alcune Case editrici che ci hanno lasciato i loro contatti: quindi, speriamo di riuscire ad arrivare presto sul mercato. Per questo risultato, però, devo pubblicamente ringraziare anche Chiara Abramo e Giovanni Spina che hanno ideato, rispettivamente, i disegni e la grafica del gioco, trasformandolo in qualcosa di davvero speciale: penso ad es. alle rappresentazioni zoomorfe dei diversi personaggi, come la Dama (una mantide), il Cravattaro (un avvoltoio) o il Politico (un bel suino in giacca e cravatta). Insomma, delle allegorie che ribaltano la tradizionale logica antropomorfa per mostrare, con un tocco di grottesco nazional-popolare, la realtà deformata dei mondi di cui si parla nel gioco”.

Come rispondere a chi ritiene che film, libri e giochi su queste tematiche sarebbero poco educativi?

“A parte che tacciare il nostro gioco di essere poco educativo è come dire che Risiko inneggia alla guerra e Monopoli alla speculazione finanziaria selvaggia, in ogni caso, voglio precisare che con questo progetto noi abbiamo cercato di andare oltre l’aspetto ludico: se il Risiko non ti spiega perché fai la guerra, la politica che c’è dietro, invece, in “Caput mundi” il gioco stesso è la dinamica che stai dietro quello che fai. È un’esperienza alternativa rispetto a un film o a un libro per conoscere quella realtà, perché il gioco è interattivo, conviviale e, portando a stare insieme agli amici, permette di “informarsi formandosi”: ti vedi una sera con due amici, magari ti siedi intorno a un tavolo e provi a capire come funziona il posto in cui vivi e perché esiste il marcio, e lo fai dapprima scherzando, mettendo “in atto” quelle dinamiche che il gioco affronta, scimmiottandole, divertendoti, e in questo non c’è niente di male. Anzi, mentre giochi, forse impari qualcosa che prima non sapevi o conoscevi poco e, in seguito, quando sei rimasto solo con i tuoi pensieri, magari ti scatta la riflessione in più: io lo chiamo il momento “catartico”, quello che dopo averti portato dentro il male, avertene fatto conoscere le scorciatoie e le lusinghe, poi, ti porta a vederne la follia in senso socratico. Insomma, l’ideale sarebbe divertirsi, imparare qualcosa e infine riflettere. Noi ci siamo divertiti molto a creare questo gioco: è stato un momento di crescita, di studio e ci ha aperto la mente su universi di cui avevamo solo sentito parlare. L’auspicio è che anche altri possano percorrere il nostro stesso viaggio”.

Un’ultima curiosità: cosa diresti a un’ipotetica tavolata di giocatori per convincerla a provare “Caput mundi”?

“Pijamose Roma! Ma poi, orwellianamente parlando, strappiamola dalle grinfie di suini e avvoltoi”.

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