Le chiacchierate del Sestante – Centro storico, Melissa Mongiardo (PD): “Ripartire dall’inclusione sociale”

Le chiacchierate del Sestante – Centro storico, Melissa Mongiardo (PD): “Ripartire dall’inclusione sociale”

Continua la discussione aperta da La Fune sul centro storico, attraverso una "Chiacchierata del Sestante" con il consigliere comunale Melissa Mongiardo.

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Vorrei iniziare questa chiacchierata sul centro storico in modo un po’ diverso dal solito: in questi giorni si è molto parlato di idee per il centro, ma non si rischia in un simile dibattito di dimenticare i problemi delle periferie?

“Se Viterbo fosse davvero la città dell’uguaglianza (laddove per uguaglianza intendo stessa possibilità di accesso alla vita quotidiana per chi vive il centro e la periferia) la domanda non avrebbe senso. A cosa servirebbe parlare della distinzione centro e periferie? E invece.

Quando ho scelto di candidarmi a fare il consigliere comunale, andavo ripetendo (a me stessa, che sono la prima persona da convincere e poi agli altri), che mi sarei battuta per “La città di domani”, con il desiderio – ambizioso, e mio malgrado a oggi (e lo dico con un enorme senso di frustrazione da parte mia) inesaudito – di lavorare per annullare il gap esistente tra centro, periferie ed ex comuni. Accorciare le distanze, ripartire dagli ultimi (nel senso più largo possibile), dalle marginalità, da quelle aree preda di disservizi, da quei quartieri satelliti che orbitano più o meno attorno al centro città, ma in cui non sono mai accese le luci della ribalta. Far sentire i viterbesi, tutti, parte di una comunità.

Non è semplice, non lo è stato per chi è venuto prima di noi, per noi e per chi verrà dopo, non lo sarà per nessuno. Non è una critica all’attuale amministrazione (di cui sono parte), è un problema endemico, tutto italiano. Culturale direi. L’idea per cui il fiore all’occhiello di una città è il centro storico e che a lungo andare nel dibattito, si finisce per prendere la parte per il tutto e la città finisce per essere solo centro storico. Ma non è così. Chi vive le periferie, vive il quotidiano, lavora, ha diritto a una vita dignitosa, versa i tributi, etc… esattamente come chi vive il centro, ma il tutto gravato da un’estrema difficoltà. Perché non ripartire da lì, con la consapevolezza che il tessuto di comunità non si cala dall’alto ma si tesse dal basso?

Potrei citare mille esempi, a partire da Roma. Dalla città che vivo, così come vivo Viterbo. Dove spostarsi appena fuori dai tre Municipi centrali corrisponde a uscire da Roma e arrivare a Bombay. Una Roma, diversa da quella delle strade del centro e dei grandi monumenti, una Roma che ho conosciuto grazie all’impegno politico, una Roma di serie B, come il VI° Municipio (quello delle Torri): dove il disagio sociale è stato declassato da problema a caratteristica del territorio.

Dove, come in un milione di altre zone, ci sarebbe bisogno di una politica con una passione maggiore. E a Viterbo, seppure in scala ridotta, non è molto diverso. Ma, ripeto, non è soltanto un problema delle amministrazioni, è un problema della politica in generale, del “cupio dissolvi” che ha abbracciato i partiti al tramontare degli ideali, di politiche di corto respiro, senza un’ambizione, senza una passione. Perché la distanza da accorciare tra centro e periferie, è prima mentale che fisica e strutturale. È un problema culturale, di visione della città, di priorità.

Le periferie, dovrebbero essere il cuore pulsante della città, la parte più viva, la parte cui prestare più attenzione, perché la politica che ha senso è quella che, per dirla alla Don Milani, “ha a cuore” gli ultimi.

E tornando a Viterbo, a proposito della dicotomia centro/periferia (al netto di infrastrutture, trasporti, servizi, etc) penso istintivamente alla cultura, a tutto quello che, a costi accessibili e con un’alta visione politica, crea comunità. Penso ad esempio a tutti i Festival che ospita il centro storico, che riempiono le strade di vita e persone. Perché non a Santa Barbara? Non a Grotte Santo Stefano? Non a Bagnaia? Perché non al di fuori delle mura? Perché “non portare” la cultura tra le gente che vive davvero un quartiere e far invece sempre in modo che la cultura spetti di diritto solo al salotto buono della città?

Credo che per essere un buon amministratore (di Viterbo così come di qualsiasi altro posto) sia essenziale (aldilà di una certa preparazione politica, di una certa capacità, di una solida visione e di una grande passione, perché al contrario di come purtroppo sta accadendo, non ci si improvvisa classe dirigente), guardare la città dal punto di vista di chi la vive più in basso, in mezzo alle difficoltà quotidiane, con gli occhi di chi combatte il disagio, qualsiasi esso sia. Perché uguaglianza non significa trattare tutti nello stesso modo ma dare a tutti le stesse possibilità. Se non riserviamo agli ultimi un trattamento di riguardo, finiremo per aumentare le disuguaglianze e perpetrare lo status quo”.

Focalizzandoci sul tema della “visione” di Città e, soprattutto, di “Centro storico”, nell’ambito di precedenti chiacchierate su questa rubrica, Antonella Sberna ha messo in evidenza la necessità di elevare il Centro a vetrina dei prodotti dell’intera città (e più in generale dell’intera Tuscia), mentre Filippo Rossi ha focalizzato la sua attenzione su una riqualificazione urbana che punti primariamente sul turismo attraverso un profondo ripensamento delle politiche per le piazze del centro storico. Quale è invece la “visione” di centro storico di Melissa Mongiardo, se diverge da quelle dei suoi colleghi dell’opposizione?

“La mia visione più che di centro storico è di città: far sì che il territorio sia un unicum tra centro e periferia; per cui sì ho il “salotto buono”, ma anche il resto non è male. Per cui i quartieri dormitorio non siano più tali e gli venga garantita una qualità della vita tale per cui possano sentirsi città; che gli siano garantiti servizi pubblici tali e tanti che possano arrivare in centro sentendolo loro, perché è la città che si è conformata alle loro esigenze; e così via. I territori sono risorse non problemi.

Sul centro storico, tante buone ricette. Però, ripeto, se nella ristrutturazione della casa penso solo e soltanto al “salotto” e non rifaccio prima il “tetto”, quando questo crolla, saluto tutta la casa.
Al netto delle metafore, questa maggioranza si è occupata molto di centro storico. Penso alle piazze liberate dalle auto, alla chiusura del centro, a tutte le misure adottate in tema di commercio e sviluppo economico ad hoc per il centro storico. Tutte scelte importanti che però, come tutte le novità, portano naturalmente a delle difficoltà e a delle contraddizioni. Anche qui il problema è endemico e generalizzato alla politica tout court: se non c’è una cultura, una visione, una collaborazione dei cittadini, un’amministrazione potrà adottare la migliore delle politiche ma essa sarà destinata ad essere percepita come controversa. Quante volte, ed è capitato a ognuno di noi, abbiamo sentito prendere a modello criticamente tanti altri centri storici contro il nostro (che si dotava delle prime misure concrete) e poi abbiamo visto quegli stessi concittadini ipercritici comportarsi esattamente come non si sarebbero mai comportati nei centri presi a modello? Mi spiego meglio, da un lato la critica, dall’altro la mala condotta. Un esempio su tutti: le piazze chiuse alle auto, i cittadini che in sprezzo alle regole continuavano a parcheggiarci. Ma questo si risolve solo e soltanto in un modo: con la partecipazione, il dialogo, il confronto e l’ascolto tra cittadini ed istituzioni che sono il fulcro della nostra democrazia rappresentativa. Su questo, da un lato e dall’altro, abbiamo molto da lavorare, tutti.

Il centro storico che immagino è uno spazio aperto e plurale, un modello di inclusione e partecipazione. A misura di cittadino, qualsiasi esso sia. Un tessuto accogliente in grado di integrare esperienze, persone e pubblici diversi, per fasce di età ed esigenze, che includa e non escluda. Se “salotto” deve rimanere (in attesa di allestire la “sala da pranzo” e gli altri spazi di condivisione della città) dobbiamo permettere a tutti di viverlo, ma non solo nelle sere d’estate o nei weekend. Certo il turismo è importante, ma l’economia di una città non si muove solo con quello. Che si discuta, anche qui, con chi ha fortuna di vivere quell’area e si capisca da dove ripartire, insieme, includendo e ascoltando prima tutto chi sicuramente ne sa (perché lo tocca nel quotidiano) più di noi. Decisioni condivise a partire dal basso, non calate dall’alto. Il centro storico non solo come una vetrina per chi viene a visitare Piazza del Duomo: ma il cuore della città, restituito alla città, tutta. Parallelamente, ça va sans dire, ad un’ottimizzazione dei servizi magari proprio a partire dalla chiusura alle auto cui deve seguire una adeguata quanto funzionale linea di collegamento con i trasporti pubblici”.

Riprendendo Bobbio, credo poco a un effettivo superamento del dittico destra-sinistra, anche se oggi si tende spesso a ritenerlo sacrificabile sull’altare di un non sempre chiaro civismo o movimentismo. Ma, se il bagaglio ideale che ciascuno si porta dietro influenza ancora tutte le politiche, comprese quelle per la rivitalizzazione del Centro storico, come si pone un’esponente della cultura della sinistra italiana rispetto alle proposte avanzate dal Laboratorio Urbano Quotidiano (LUQ)? Proposte che, lo rammento brevemente, spingono verso un ripensamento del Centro “partendo da un’urbanistica a vocazione sociale”.

“La politica che a me spaventa è quella senza ideali, quella che non è saldamente ancorata a dei principi inoppugnabili; un agire politico senza punti di riferimento è pericoloso perché potenzialmente oggetto di mutamenti e sovvertimenti improvvidi quanto improvvisi. Però, può capitare che nel pragmatico agire amministrativo, talvolta, quei riferimenti ideologici, possano momentaneamente rimanere sullo sfondo. Ma, almeno per me, quando questo accade, il mio essere donna convintamente di sinistra non è un valore negoziabile né tanto meno sacrificabile, anzi è una delle cose che rivendico con orgoglio.

Ciò premesso, è evidente come dalla nostra chiacchierata su periferie e centro storico si possa tracciare una mappa chiara dell’influenza delle mie posizioni politiche calate su temi strettamente amministrativi, di conseguenza cogliere qual è la mia opinione sul Laboratorio Urbano Quotidiano, cioè che è esattamente una delle cose di cui abbiamo più bisogno. Lavorare insieme alla costruzione di un tessuto urbano, collettivo e condiviso. Abbiamo urgenza di ripartire dal basso, dal sentimento di comunità”.

Venendo alla questione migranti, se è vero che il bollarli indistintamente come clandestini o criminali rappresenta una generalizzazione per me “infelicemente populista”, tuttavia, non è troppo semplicistico condannare (senza se e senza ma) le preoccupazioni di molti viterbesi riguardo a fenomeni come il bivacco o l’accattonaggio molesto che spesso hanno per protagoniste alcune categorie di immigrati? Voglio dire, non credo che la risposta sia da ricercarsi in ordinanze “law and order” che si limitino a reprimere, ma auspico che ci sia una strategia alternativa, più soft e più efficace, per rispondere a queste situazioni. In aggiunta, mi interesserebbe sapere in che modo gli immigrati regolari potrebbero contribuire, insieme alla popolazione residente, a rivitalizzare il centro storico.

“Anche sui migranti, il problema ha un’origine eminentemente culturale. Se non si colma questo gap, non si potrà mai sgombrare il campo da strumentalizzazioni di comodo. Alla parola immigrazione dovrebbe far eco la parola integrazione; non sicurezza.

In Italia, si tende ancora a considerare l’immigrazione come un fenomeno non ordinario, un’emergenza. E a ogni piè sospeso non si perde occasione per strumentalizzarne il dibattito. Se non lavoro all’accoglienza (quella vera) e a un piano efficiente d’integrazione con la popolazione ospitante, se escludo e non includo, se (a fronte di una crisi sociale italiana ampiamente diffusa) soffio sul populismo becero del noi/loro aumentando la polarità dello scontro, è certo che avrò un problema di sicurezza, su entrambi i fronti.

In questi giorni ho letto sulle cronache locali un rincorrersi di dichiarazioni in tema di video sorveglianza in relazione a problemi di ordine pubblico (es. bivacco, spaccio, etc). Voglio dire: la soluzione è la repressione tout court? Che poi (sempre perché si tende a prendere la parte per il tutto) alcuni fatti di cronaca hanno confermato che i protagonisti di questi episodi, non sono sempre e solo i migranti. Abbiamo un evidente problema d’inclusione sociale e di scarso sentimento di comunità a tutti i livelli. Oltre alla previsione di misure di controllo abbiamo lo stringente dovere morale di lavorare ad un serio piano di inclusione sociale dei migranti (a partire dall’insegnamento della lingua fino al progressivo inserimento nel mondo del lavoro) e di “educazione” al fenomeno migratorio che liberi il campo da ogni strumentalizzazione politica e civile”.

Una considerazione conclusiva?

“In una fase di profonda disaffezione politica dei cittadini nei confronti delle Istituzioni, dobbiamo ripartire dal basso. Credo che la parola che ho più volte usato in questa lunga chiacchierata sia “inclusione”. Ripartiamo dagli ultimi, accorciamo le distanze e lavoriamo per una città che ritrovi il senso di comunità e di condivisione. La mia visione si chiama appunto “inclusione” senza la quale, è più difficile intestarsi lo status di punto di riferimento dell’Alto Lazio, meta turistica, luogo della cultura in grado di valorizzare le bellezze del suo territorio e della sua tradizione, punto nevralgico del territorio e della Provincia tutta. Ci vuole inclusione, ci vuole ambizione”.