

EDITORIALE – (Nella foto la scritta gigante realizzata a Marsiglia, realizzata nel 2013 quando la città francese divenne Capitale Europea della Cultura e costruì una nuova visione di se stessa) Da mesi Viterbo parla di cultura. La candidatura a Capitale Europea della Cultura 2033 ha acceso entusiasmo, mobilitato energie e moltiplicato proposte. E’ un fatto positivo, ma proprio perché rappresenta un’occasione storica, sarebbe un errore ridurre tutto a una gara tra città o a un grande cartellone di eventi.
La vera domanda è un’altra. Che cosa resterà a Viterbo il primo gennaio 2034? Se la risposta sarà qualche bella mostra, qualche concerto riuscito e qualche migliaio di turisti in più, avremo perso la sfida. Se invece resterà una città più coesa, più bella, più partecipativa, con una rete stabile di soggetti che continueranno a produrre cultura, allora il progetto avrà avuto successo, indipendentemente dall’esito della candidatura.
Troppo spesso in Italia le politiche culturali si esauriscono nell’organizzazione di eventi, si finanziano iniziative isolate, si distribuiscono contributi, si moltiplicano appuntamenti che durano pochi giorni e poi tutto torna come prima. È una logica che produce visibilità, ma raramente produce sviluppo. La cultura non può essere un calendario, deve diventare un metodo.
Nella tradizione del cattolicesimo democratico la cultura non è mai stata un lusso per pochi né un semplice patrimonio da conservare, è sempre stata il modo attraverso cui una comunità cresce, si educa, costruisce relazioni, affronta i conflitti e immagina il proprio futuro. Per questo la candidatura al 2033 dovrebbe avere un’ambizione molto più alta di quella di attrarre visitatori, dovrebbe cambiare Viterbo.
La città possiede un patrimonio che poche realtà europee possono vantare. Gli Etruschi, la città dei Papi, il Palazzo Papale, il luogo dove nacque il Conclave, la Via Francigena, i cammini francescani, Santa Rosa, il quartiere di San Pellegrino, le terme, i borghi della Tuscia. Ma il patrimonio, da solo, non basta, la storia può essere contemplata oppure utilizzata. Può essere una fotografia del passato, oppure il motore del futuro. È questa la scelta che Viterbo è chiamata a compiere.
La Macchina di Santa Rosa non dovrebbe vivere soltanto nella notte del 3 settembre. Potrebbe diventare il punto di partenza di un anno intero dedicato al volontariato, alla cura della città, al decoro urbano, alla partecipazione dei quartieri, alla solidarietà e all’educazione civica. La Via Francigena potrebbe trasformarsi in un laboratorio permanente sul dialogo tra popoli, sul turismo lento, sulla sostenibilità e sulla conoscenza del territorio. Il Palazzo dei Papi potrebbe tornare a essere un luogo europeo del confronto, della mediazione e della costruzione del consenso, ospitando durante tutto l’anno forum internazionali, scuole di formazione, incontri tra culture e religioni, dibattiti sui grandi temi dell’Europa contemporanea.
I cammini francescani potrebbero generare iniziative continue dedicate alla pace, alla fraternità, alla cura del creato, al rapporto tra uomo e ambiente, coinvolgendo scuole, università, associazioni e comunità religiose. Ogni grande patrimonio dovrebbe diventare un generatore di nuove iniziative, ogni manifestazione dovrebbe produrre altre manifestazioni, ogni evento dovrebbe lasciare dietro di sé laboratori, percorsi educativi, attività associative, progetti delle scuole, collaborazioni tra imprese e volontariato. La cultura dovrebbe continuare quando gli eventi sono finiti.
Per realizzare un progetto di questa portata non basta il Comune, così come non bastano la Provincia o l’Università, occorre mettere in rete tutta la comunità. Associazioni culturali, cooperative, fondazioni, sindacati, ordini professionali, imprese, scuole, università, parrocchie, volontariato, organizzazioni sociali e cittadini devono diventare protagonisti di un progetto comune. Sono loro i veri costruttori della cultura.
Ma proprio perché i soggetti sono molti, serve una regia unica. La candidatura non può trasformarsi in una somma di iniziative scollegate tra loro né, peggio ancora, in una distribuzione di finanziamenti a pioggia per accontentare tutti, quella strada è già stata percorsa troppe volte e non ha mai prodotto sviluppo duraturo. Ogni risorsa investita dovrebbe essere, invece, valutata per la sua capacità di creare reti, coinvolgere nuovi soggetti, produrre effetti permanenti e generare ulteriori iniziative.
Per questo sarebbe opportuno, dare vita a una Fondazione Viterbo 2033, partecipata dalle istituzioni pubbliche, dall’Università della Tuscia, dalla Camera di Commercio, dalle fondazioni bancarie, dalle imprese, dalle associazioni e dagli altri corpi intermedi, come suggerito da Maurizi di Ombre, durante un webinar a cui abbiamo partecipato. Non un nuovo organismo burocratico, ma una vera cabina di regia. Una struttura capace di programmare, coordinare e valutare tutte le iniziative, raccogliere risorse pubbliche e private, favorire il mecenatismo, evitare sovrapposizioni e costruire un progetto unitario, soprattutto, una struttura destinata a vivere anche dopo il 2033. Perché la vera eredità della candidatura non dovrebbe essere qualche evento di successo, dovrebbe essere un nuovo modo di governare la cultura.
Se Viterbo saprà fare questo salto di qualità, allora il titolo di Capitale Europea della Cultura sarà importante, ma non sarà più l’obiettivo principale, così l’obiettivo sarà aver costruito una città nella quale la cultura non è un appuntamento sul calendario, ma il motore dello sviluppo civile, economico e sociale. È questa la differenza tra organizzare eventi e costruire il futuro ed è proprio questa la sfida che Viterbo non può permettersi di perdere.



















