

IL DOMENICALE – Una città può essere bellissima e contemporaneamente perdere abitanti; può restaurare una piazza, illuminare un monumento, finanziare un festival e continuare a vedere spegnersi una finestra dopo l’altra. Perché il centro storico non vive quando è pieno di persone il sabato sera: vive quando qualcuno compra il pane il lunedì mattina, porta fuori il cane, accompagna un bambino a scuola, torna dall’università, apre un balcone e accende una luce dopo cena. Per questo il tema degli immobili vuoti dovrebbe essere collegato a quello dell’abitare.
Viterbo possiede una risorsa particolare che molte città di dimensioni analoghe non hanno: un’università radicata nel territorio e migliaia di giovani che possono avere interesse a vivere vicino alle sedi universitarie, ai servizi e ai luoghi della socialità. Le due residenze universitarie indicate dall’Università della Tuscia, a San Sisto e in via Cardarelli, dispongono complessivamente di 147 posti letto (65 nella prima e 82 nella seconda), mentre agli studenti che scelgono un immobile nel centro storico viene riconosciuto anche l’abbonamento annuale gratuito al trasporto pubblico locale.
Sono numeri e strumenti che suggeriscono una possibilità interessante: utilizzare una parte del patrimonio oggi inutilizzato per aumentare l’offerta abitativa diffusa, senza trasformare il centro in un enorme dormitorio universitario e senza espellere i residenti.
Non servirebbe concentrare centinaia di studenti in un unico edificio; potrebbe funzionare perfino meglio il contrario: recuperare appartamenti distribuiti nei quartieri, rimettere in uso piccoli immobili, riportare persone nelle strade nelle quali oggi una parte delle case rimane chiusa.
Lo stesso ragionamento può riguardare giovani lavoratori, coppie che non hanno ancora possibilità di acquistare, persone trasferite temporaneamente in città, famiglie che cercano un canone compatibile con il proprio reddito. Il problema è trovare il punto di incontro tra proprietari che spesso non vogliono affrontare lavori importanti e potenziali inquilini che non possono sostenere contemporaneamente costi di ristrutturazione e affitto.
Una delle possibilità già contemplate dalla legislazione regionale è l’autorecupero, un meccanismo nel quale l’intervento pubblico, la cooperazione tra gli assegnatari e il proprietario possono concorrere alla rimessa in uso degli immobili, con una ripartizione delle opere e con gli investimenti effettuati dagli utilizzatori scomputati secondo le regole previste dalla convenzione. La legge regionale assegna inoltre priorità agli immobili situati nei centri storici.
Non è una bacchetta magica e non tutti gli edifici sono adatti, perché i costi strutturali possono essere elevati, i vincoli complicati e l’accessibilità di molti fabbricati medievali costituisce un problema reale, ma proprio per questo servirebbe selezionare gli immobili sui quali l’operazione può stare economicamente in piedi.
Il censimento potrebbe allora diventare un vero mercato trasparente del recupero, individuando gli appartamenti immediatamente utilizzabili, quelli che richiedono lavori modesti, quelli sui quali può essere applicato l’autorecupero e quelli che, almeno nel breve periodo, non hanno condizioni economiche sostenibili.
Il vantaggio non sarebbe soltanto abitativo. Cinquanta appartamenti tornati a essere abitati significano forse cento persone che comprano, consumano, chiedono servizi e utilizzano il quartiere durante tutto l’anno; cento appartamenti possono significare duecento o più nuovi residenti temporanei o permanenti. E a quel punto cambia anche l’economia di una strada, perché un alimentari, una lavanderia, una cartoleria o un piccolo locale non vivono del numero di persone che fotografano un palazzo, ma vivono della frequenza con cui qualcuno attraversa quella strada.
È questo il punto che spesso sfugge quando si parla di centro storico. Turismo e manifestazioni sono importanti, ma non possono sostituire l’abitare. Una città nella quale si entra per assistere a un evento e dalla quale si esce subito dopo rimane fragile; una città nella quale si torna a vivere genera invece quella domanda quotidiana che nessun finanziamento pubblico può produrre artificialmente.
Recuperare le case vuote, dunque, non sarebbe soltanto edilizia. Sarebbe politica abitativa, politica universitaria, politica commerciale e rigenerazione urbana nello stesso momento.


















