Collega tutto una strada buona, anzi bella. Il lago di Bolsena è sicuramente un gioiello che, anche se ce l’hai sempre sotto agli occhi, ti viene a bussare alla retina e alla testa. Scorre tra gli alberi, spesso tra inutili fratte che “distruggono” il paesaggio. Eh sì non sono solo le pale eoliche a farlo.
Abbiamo qualche ora e vogliamo mettere le mani nel “costato” del confine tra Viterbese e Toscana. Due mondi che si guardano da sempre. Vogliamo fare tappa a Gradoli, perché sulla carta ha delle caratteristiche interessanti. Quindi su Latera, dove c’è un sindaco (Francesco Di Biagi) che ha idee interessanti. Poi da quest’ultimo paese di Tuscia scavalleremo “il confine” per ritrovarci a Pitigliano, terra toscana. Tra Latera e Pitigliano corrono 14 chilometri, una roba che quelli camminatori veri se la fanno a piedi per giocare. Neanche a tirare fuori la macchina dal garage.
A Gradoli (numero abitanti 1.223) ci sono ristoranti interessanti. Non vogliamo fare pubblicità ma è un fatto che La Ripetta abbia fatto la storia. Il borgo ha attrattiva e c’è l’attrattore che può valere la visita: Palazzo Farnese con all’interno il Museo del Costume Farnesiano. Sappiamo che esiste ma poco più eppure siamo gente di comunicazione. Come avete letto qualche giorno fa in un articolo de La Fune, lo abbiamo trovato chiuso di domenica pomeriggio (leggi qui)
Tolto l’attrattore azzerato il tempo di permanenza. Tappa su Latera (numero di abitanti 774). Borgo remoto del Viterbese, terra lontana. Qui sono buone le castagne, ci dicono spettacolare la Processione del Venerdì Santo e hanno un sindaco marketer. Sì, fa promozione del territorio. Ha in mano carte non certo da “all-in” ma lui sulla promozione del paese ci sta mettendo tutto quello che ha: idee, risorse (poche perché il bilancio di Latera immaginiamo come possa essere), aggiunge idee, ancora idee, sinergie, intuizioni, impasta con arte e si ritrova in mano un piccolo brand. Ci ha convinti e siamo andati a Latera.
Paese in ordine, i murales ci sono ma soprattutto troviamo due turisti oltre noi. Sì signori, turisti. Stanno vedendo i murales e poi, come noi, fanno tappa alla chiesa di San Clemente. La cosa più bella? La chiesa è aperta e ha le chiavi sulla porta. Non c’è molto per allungare la permanenza e si va a Pitigliano, dall’altra parte.
Qui le cose appaiono diverse: segnaletica, strisce blu, difficoltà di trovare parcheggio, motociclisti, bar aperti, store di cibo tipico aperti. Nei primi due paesi l’elemento umano ci è sembrato cosa straordinaria. A Pitigliano (numero di abitanti 3.500 circa) ritroviamo la vita. Ah anche qui la domenica pomeriggio Palazzo Orsini (l’attrattore) è chiuso. Della serie: tutto il mondo è paese. Sono cose che succedono quando vuoi essere centro turistico ma lo fai partendo dalla mentalità “checcozaloniana” del posto fisso.
E’ però aperto un bar, un secondo bar, un terzo, un ristorante, un secondo ristorante, un terzo e una pittrice e uno che vende salumi e prodotti di qua e poi ti siedi e ti portano un bianco di Pitigliano con patatine e noccioline a due euro e cinquanta al bicchiere. Questa si chiama bravura. Ce ne porta un altro, grazie!
Quattordici chilometri separano Latera, ultimo comune di Tuscia, da Pitigliano. Due situazioni diverse, due vite diverse, due economie diverse, due capacità attrattive diverse. La domanda sorge spontanea – ci riecheggia il maestro Lubrano nella memoria -: a cosa si deve questa diversità? E poi Lubrano ci prende gusto e tira fuori ancora domande: perché da una parte c’è futuro e 14 chilometri più sotto si fa fatica a vederlo? Perché lì in quel paesino della Toscana ci vivresti anche e quattordici chilometri più sotto a ogni metrata trovavi il cartello “vendesi”?. Oh Lubrano e smettila un po’ e facci godere il vino di Pitigliano.
Nella nostra giornata abbiamo speso zero a Gradoli, zero a Latera, diverse decine di euro a Pitigliano (parcheggio, vino, oggettistica, prodotti alimentari). Tutti soldi che vanno alla gente di Pitigliano e in parte (quota Irpef) anche al Comune che quindi avrà bilanci più gonfi di quelli di Latera. E’ un gioco a espansione, come quando accendi il fuoco. Tutto sta a mettere materiale e farlo partire, poi va da solo. La domanda sorge spontanea: perché nella Tuscia le persone pensano che accendere il fuoco sia “sparare” qualche “fulminante?”. Basta Lubrano, lasciaci stare, che non è aria che noi etruschi della bassa siamo permalosi e vendicativi.




















