

EDITORIALE – Nel Lazio le lezioni termineranno l’8 giugno 2027 e riprenderanno il 15 settembre, come stabilisce il calendario scolastico regionale. Per oltre tre mesi le scuole resteranno quindi in gran parte chiuse, mentre le famiglie dovranno organizzarsi pagando centri estivi, campi sportivi, corsi e soggiorni, oppure ricorrendo ai nonni, alle ferie e a complicati incastri tra orari di lavoro.
Il problema esiste in tutta Italia, ma nella provincia di Viterbo assume caratteristiche ancora più pesanti, perché il Viterbese è composto da sessanta comuni, molti piccoli, distanti tra loro e privi di una rete stabile di servizi educativi, sportivi e culturali. Quello che nel capoluogo può essere difficile da trovare, in un paese delle aree interne rischia di non esistere affatto o di richiedere decine di chilometri in automobile.
L’estate non offre quindi le stesse opportunità a tutti. Alcuni ragazzi possono frequentare attività sportive, studiare una lingua, partecipare a laboratori, visitare città e trascorrere periodi al mare o al lago, altri rimangono per settimane in casa, senza occasioni di incontro e spesso con lo smartphone come unica finestra sul mondo. La differenza non dipende dalle capacità o dalla volontà dei ragazzi, ma dal reddito familiare, dal luogo di residenza e dalla disponibilità di adulti in grado di accompagnarli.
Nella Tuscia si aggiunge una contraddizione particolare: proprio nei mesi estivi aumentano le attività nel turismo, nella ristorazione, nel commercio e in una parte dell’agricoltura, mentre diminuiscono i servizi disponibili per i figli dei lavoratori. Nel momento in cui molte famiglie avrebbero maggiore bisogno di un sostegno organizzato, le istituzioni chiudono il principale spazio pubblico dedicato ai più giovani.
Non si tratta di chiedere agli insegnanti di lavorare dodici mesi l’anno, né di prolungare le lezioni fino ad agosto. La didattica deve terminare e il personale scolastico ha diritto alle ferie, ma gli edifici potrebbero continuare a vivere attraverso educatori, associazioni, biblioteche, società sportive, cooperative sociali, musicisti, artisti, università e volontariato qualificato.
Le scuole dispongono di aule, palestre, cortili, laboratori informatici, biblioteche e spazi che potrebbero ospitare attività sportive, sostegno allo studio, teatro, musica, pittura, educazione ambientale e conoscenza del territorio. Nei piccoli comuni, dove spesso mancano cinema, centri giovanili e luoghi di aggregazione, la scuola potrebbe diventare durante l’estate un vero presidio della comunità.
Qualche intervento viene già realizzato. Nel 2026 il Comune di Viterbo ha messo a disposizione cento voucher da 100 euro per consentire a ragazzi tra i sei e i quattordici anni, appartenenti a famiglie in condizioni di fragilità economica, di partecipare a un campo sportivo estivo. È un’iniziativa utile, ma mostra anche la sproporzione tra le misure disponibili e la dimensione del bisogno. Cento voucher possono aiutare cento ragazzi, non costruiscono un servizio per tutte le famiglie.
La politica continua a intervenire attraverso contributi occasionali, rimborsi e bandi pubblicati di anno in anno, costringendo i genitori a cercare sul mercato una soluzione e anticipare spesso le spese. Manca invece una programmazione territoriale capace di stabilire quali scuole devono rimanere aperte, quali attività offrire, come selezionare gli operatori e come garantire l’accesso gratuito o proporzionato al reddito.
Nel Viterbese non basta neppure aprire un edificio, bisogna permettere ai ragazzi di raggiungerlo. Un piano serio dovrebbe comprendere il trasporto dai paesi e dalle frazioni, utilizzando anche gli scuolabus durante il periodo estivo e organizzando poli educativi distribuiti nel territorio. Senza mobilità, qualsiasi servizio rischia di essere accessibile soltanto alle famiglie che possiedono due automobili e possono accompagnare ogni giorno i figli.
Regione Lazio, Provincia, Comuni e istituzioni scolastiche dovrebbero costruire un patto stabile con il terzo settore, l’Unitus, le associazioni sportive e le realtà culturali, superando la frammentazione delle singole iniziative. Le attività estive non possono dipendere dalla capacità del sindaco di trovare qualche finanziamento o dalla buona volontà di un’associazione locale, devono diventare parte ordinaria delle politiche educative.
La lunga chiusura scolastica pesa anche sul lavoro femminile e sulla denatalità. Si chiede alle coppie di avere figli, ma poi si organizza la società come se ogni famiglia disponesse di nonni giovani, in salute e liberi da altri impegni. Si finanziano bonus per compensare la mancanza dei servizi, senza domandarsi se sarebbe più efficace utilizzare strutture pubbliche già presenti in quasi ogni paese.
Nel Viterbese la scuola può essere molto più del luogo nel quale si svolgono le lezioni, può diventare lo spazio pubblico capace di tenere insieme educazione, socialità, cultura e sostegno alle famiglie. Lasciarla chiusa per oltre tre mesi significa rinunciare a una risorsa già disponibile e accettare che l’estate dei ragazzi venga determinata dal reddito dei genitori e dal codice postale.
Non è soltanto un problema organizzativo, è una precisa responsabilità politica.

















