

IL DOMENICALE / EDITORIALE – Ogni volta che si prova a immaginare una Viterbo diversa, una Tuscia più moderna, più attrattiva e più capace di trattenere giovani, competenze e imprese, arriva la stessa obiezione: “sono sogni”. È l’argomento preferito di chi non vuole cambiare nulla, ma la verità è che il vero sogno è pensare che questo territorio possa continuare a sopravvivere facendo le stesse cose degli ultimi trent’anni: E’ un sogno credere che basti restaurare qualche piazza, organizzare qualche evento estivo o partecipare a qualche bando per invertire il declino demografico, economico e sociale che attraversa gran parte della Tuscia.
Le città che oggi funzionano non sono nate dal realismo, sono nate da una visione. Qualcuno ha immaginato università integrate con il territorio, mobilità sostenibile, servizi digitali efficienti, comunità energetiche, turismo diffuso, recupero degli spazi abbandonati, collaborazione tra pubblico e privato. All’inizio sembravano idee troppo ambiziose, oggi producono ricchezza, lavoro e qualità della vita. La vera domanda non è se Viterbo possa diventare una smart city o se la Tuscia possa diventare una smart land, la domanda è se la politica abbia ancora l’ambizione di costruire il futuro oppure si limiti a gestire l’esistente. Una strategia alternativa esiste ed è persino evidente, serve un grande piano di connessione territoriale che trasformi la Tuscia da somma di comuni isolati in una rete integrata.
Orte deve diventare la porta ferroviaria dell’intero territorio, collegata in modo efficiente con Viterbo, Bolsena, Montefiascone, Tuscania, Tarquinia, Civita Castellana, Bagnoregio e Montalto. Non è accettabile che milioni di persone passino ogni anno per uno dei nodi ferroviari più importanti del Centro Italia senza generare ricadute economiche significative sul territorio. Serve un sistema turistico unico della Tuscia. Un’unica piattaforma di prenotazione, informazione e promozione che metta in rete borghi, terme, lago di Bolsena, siti etruschi, Via Francigena, cammini religiosi, percorsi naturalistici e produzioni enogastronomiche. Oggi ogni comune promuove sé stesso, domani dovrebbe promuovere l’intera Tuscia.
Serve anche una grande alleanza tra Università della Tuscia, imprese e istituzioni locali. L’ateneo non può limitarsi a formare laureati che poi emigrano. Deve diventare il laboratorio permanente dove si progettano innovazione agricola, sostenibilità ambientale, digitalizzazione delle imprese, valorizzazione del patrimonio culturale e nuove forme di welfare territoriale.
Serve una rete diffusa di comunità energetiche costruite sui tetti degli edifici pubblici, dei capannoni industriali, delle scuole e delle aziende agricole. Non nuovi assalti al paesaggio, ma energia che riduce le bollette, rafforza le comunità e trattiene ricchezza sul territorio. Serve infine una politica coraggiosa che smetta di ragionare per confini comunali, perché la vera emergenza della Tuscia non è tecnologica, è la frammentazione. Troppi comuni che si muovono da soli, troppi campanili che competono invece di collaborare, troppi progetti scollegati tra loro, troppi finanziamenti utilizzati senza una strategia complessiva. La tecnologia viene dopo, prima viene la scelta politica di costruire una visione comune.
Per questo non servono amministratori che si limitano a spiegare perché qualcosa non si può fare. Quelli li abbiamo avuti per decenni e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: meno giovani, meno residenti, meno imprese, meno servizi. Servono amministratori capaci di spiegare come fare, perché le città non muoiono quando mancano le risorse, muoiono quando smettono di immaginare il proprio futuro. Oggi il rischio più grande per Viterbo e la Tuscia non è sognare troppo, è aver smesso di sognare abbastanza.

















