

VITERBO – La vicenda Talete sta assumendo una forma che dovrebbe preoccupare molto più della consueta battaglia tra favorevoli e contrari alla presenza dei privati nell’acqua. Perché, mentre l’assemblea dei Comuni soci non riesce ancora a trovare un’intesa sulla nuova governance dopo la mancata riconferma di Salvatore Genova, continua a procedere il percorso per l’ingresso di un partner privato destinato ad acquisire il 40 per cento della società che gestisce il servizio idrico della Tuscia.
Non è una scelta marginale e non è neppure una normale operazione societaria, perché la procedura avviata da Invitalia prevede che Talete passi dall’attuale modello interamente pubblico a una società mista nella quale il privato, pur rimanendo socio di minoranza, entrerà con capitale e competenze tecniche nella gestione di un servizio essenziale. Ed è proprio qui che qualcosa continua a non convincere.
Prima ancora di stabilire se il privato sia necessario oppure pericoloso, se rappresenti la soluzione dei problemi di Talete oppure l’inizio di altri problemi, sarebbe necessario fare una cosa molto più elementare: mettere davanti ai cittadini i conti delle alternative. Non slogan, non dichiarazioni, non rassicurazioni, ma numeri.
Quanto capitale porterà realmente il socio privato, quali investimenti dovrà finanziare direttamente, quale remunerazione riceverà, quale andamento delle tariffe è previsto negli anni successivi, quali obblighi avrà sulla riduzione delle perdite, sulla sostituzione delle reti, sulla qualità del servizio, quali poteri rimarranno concretamente ai Comuni e soprattutto quali conseguenze scatteranno se gli obiettivi promessi non verranno raggiunti?
Poi bisognerebbe fare esattamente lo stesso esercizio con l’alternativa pubblica, senza trasformarla nella favola secondo cui basterebbe lasciare Talete com’è perché tutto funzioni, indicando invece quanti soldi sarebbero necessari per ricapitalizzarla, quali risorse potrebbero arrivare da Stato, Regione ed Europa, quale indebitamento potrebbe sostenere la società e soprattutto quanto dovrebbero mettere i Comuni soci. Lo stesso ATO ha riconosciuto negli atti che il mantenimento della gestione interamente in house comporterebbe un maggiore impegno finanziario per gli enti locali, ed è precisamente questo tipo di dato che dovrebbe essere portato fuori dagli uffici e messo davanti ai cittadini. Due scenari, quindi, costruiti sugli stessi anni, sugli stessi investimenti necessari, sugli stessi obiettivi e sulle stesse previsioni tariffarie: solo dopo avrebbe senso discutere.
Perché oggi rischiamo invece di assistere al contrario: una scelta destinata a condizionare il servizio idrico per decenni mentre i proprietari pubblici della società faticano persino a decidere chi debba guidarla. E questo non è un dettaglio, perché il futuro 60 per cento pubblico avrà un valore reale soltanto se i Comuni saranno capaci di esercitare insieme quel controllo che sulla carta dovrebbe rimanere nelle loro mani.
Gli atti predisposti per il futuro assetto prevedono infatti che la parte pubblica debba riuscire a esprimersi in maniera unitaria nei rapporti con il socio privato. È difficile non vedere la contraddizione: se oggi i soci pubblici fanno fatica a trovare un accordo sulla governance, domani dovranno essere abbastanza compatti da esercitare un controllo efficace su un partner industriale strutturato e interessato, legittimamente, anche alla remunerazione del proprio investimento. Il rischio peggiore non sarebbe quindi necessariamente avere il privato dentro Talete, ma avere un privato forte e un pubblico debole. Ed è proprio per evitarlo che la discussione dovrebbe finalmente spostarsi dalle percentuali ai risultati.
Quanti chilometri di condotte verranno sostituiti ogni anno, quanto dovranno diminuire le perdite entro il 2030, quante interruzioni del servizio saranno considerate accettabili, quanto investirà annualmente la società, quale costo medio dovrà sostenere una famiglia e quanto tempo sarà necessario per risolvere definitivamente le criticità ancora presenti in alcune parti del territorio?
Questi dovrebbero essere gli impegni sui quali giudicare Talete, qualunque sia la composizione del capitale.
La posizione di Sinistra Italiana, che in questi giorni ha chiesto di riaprire il confronto prima dell’ingresso del socio privato, è una posizione politica esplicitamente contraria alla cessione del 40 per cento e come tale va considerata, ma contiene una domanda alla quale anche chi sostiene il modello misto dovrebbe avere interesse a rispondere: quanto costa una strada, quanto costa l’altra, quali investimenti garantiscono e quali effetti produrranno sulle tariffe? Perché su un bene essenziale come l’acqua non dovrebbe essere chiesto ai cittadini di fidarsi: dovrebbero essere messi nelle condizioni di capire.
La Tuscia non ha bisogno dell’ennesima guerra ideologica tra pubblico e privato; ha bisogno di sapere quale modello garantirà più investimenti, meno dispersioni, maggiore qualità e tariffe sostenibili, e soprattutto chi sarà chiamato a rispondere se tutto questo non accadrà. Prima di decidere il futuro di Talete, quindi, una richiesta dovrebbe essere semplice: fateci vedere i conti. Tutti. Perché alla fine, quale che sia la scelta, saranno comunque i cittadini ad aprire il rubinetto e a pagare la bolletta.

















