
“Perché non c’è futuro, è solamente una serata in più”. E’ la frase che un noto rapper, al secolo Esa, ha piazzato all’interno di uno dei suoi mille pezzi. Una decina di parole che scattano una fotografia dell’odierno, soprattutto dell’odierno giovanile, su cui vale la pena rompersi un po’ la testa e domandarsi.
Giovani e droga, un classico. I fatti romano-viterbesi portati a galla dall’operazione Tsunami dicono tanto. Raccontano un quotidiano che non vale certo solo per i 21 arrestati, tutti tra i 19 e i 30 anni, e i loro clienti. Gran parte dei quali tra l’altro in età scolare, in sostanza parliamo di minorenni. Un’operazione che ha rappresentato la principale notizia del giorno e che non potevamo lasciare scivolare via nell’indifferenza.
Vale la pena infatti fermarcisi sopra. La droga come l’alcol in maniera preoccupante sono diffusi tra i ragazzi. Perché? Sono un aggregante, un qualcosa che ti fa sentire pezzo di una tribù, magari anche un roba “da fichi”, “da grandi”. E uno ha tanto più bisogno di queste cose quanto più è isolato, vuoto, smarrito, debole e insicuro. Gli arresti sono importanti ma non stroncano un fenomeno, sono episodi importanti per la giustizia ma meno per le comunità e le persone. Soprattutto sono meno importanti per i ragazzi.
Quello che servirebbe sono aggreganti positivi: lo sport, la cultura, le associazioni che concretizzano iniziative. Le nostre comunità, chi amministra i comuni dovrebbe domandarsi quanto sta facendo per queste dimensioni? Investire in questa direzione, dando la possibilità ai giovani di coltivare sogni, passioni, costruire gruppi e concretizzarsi è l’unica vera soluzione possibile per contrastare davvero la diffusione della droga. Vale un po’ lo stesso discorso che con La Fune abbiamo fatto in seguito ai fatti violenti di santa Rosa a Viterbo.
Strategie di prevenzione, fondi per la costruzione di aggreganti positivi. Questo è quello che va fatto se si vuole davvero evitare che non ci siano spacciatori fuori dalle scuole dei vostri figli. Ma quanto si è disposti ad ascoltare questi ragionamenti? Quanto chi ha in mano le leve dell’organizzazione delle nostre comunità è davvero pronto a fare squadra con i ragazzi?


















