

IL DOMENICALE / EDITORIALE – Ogni anno accade la stessa cosa. Viterbo si ferma, le polemiche si spengono, le differenze sociali sembrano scomparire, le piazze si riempiono, le finestre si illuminano, migliaia di persone attendono il passaggio della Macchina e, quando i Facchini gridano “Evviva Santa Rosa”, quella voce diventa la voce di un’intera città. Per qualche ora Viterbo ricorda di essere una comunità, poi, il giorno dopo, tutto ricomincia come prima.
La città torna a dividersi, a lamentarsi, a difendere piccoli interessi, a discutere di tutto senza riuscire a costruire quasi nulla insieme. È come se Santa Rosa venisse celebrata con enorme devozione e, nello stesso tempo, dimenticata nel momento in cui il suo esempio dovrebbe orientare le scelte quotidiane, ed è qui la contraddizione.
Perché Santa Rosa non è diventata la patrona di Viterbo grazie ai miracoli, è diventata il simbolo della città perché ebbe il coraggio di non adattarsi al proprio tempo. Era una ragazza poco più che adolescente, senza ricchezze, senza potere, senza eserciti, eppure parlava ai potenti con una libertà che oggi farebbe paura a molti adulti. Non cercava il consenso, non misurava le proprie parole in base ai sondaggi, non apparteneva a una fazione. Diceva ciò che riteneva giusto, anche quando era scomodo. Questa è l’eredità che Viterbo dovrebbe raccogliere, invece, troppo spesso, ci accontentiamo della rappresentazione.
Ci emozioniamo davanti alla Macchina, ma restiamo a volte indifferenti davanti ai problemi della città, ci commuoviamo davanti ai Facchini che portano insieme un peso enorme e poi rischiamo di essere incapaci di condividere il peso delle difficoltà quotidiane di chi vive accanto a noi.
La Macchina è una delle più straordinarie metafore civili che esistano. Nessuno dei suoi oltre cento Facchini potrebbe trasportarla da solo, ognuno rinuncia a essere protagonista perché il protagonista è il gruppo. Nessuno può decidere il passo da solo, nessuno può cercare applausi personali, se uno rompe l’armonia, rischia di far cadere tutto. Però è esattamente il contrario di ciò che spesso accade nella vita pubblica della città. Santa Rosa ci insegna che il bene comune viene prima dell’interesse personale, noi, invece, sembriamo sempre più convinti del contrario.
Forse il vero miracolo di cui oggi avrebbe bisogno Viterbo non sarebbe vedere una Macchina scalare una salita impossibile. Sarebbe vedere istituzioni, associazioni, imprese, università, parrocchie e cittadini capaci di lavorare insieme con la stessa disciplina e lo stesso spirito con cui i Facchini affrontano il Trasporto.
Perché il futuro di una città non si costruisce con un evento, per quanto straordinario, si costruisce ogni mattina, si costruisce recuperando il centro storico, creando lavoro qualificato per i giovani, investendo nella cultura, nella ricerca, nell’accoglienza, nella bellezza, nella manutenzione, nella partecipazione civica.
Santa Rosa non chiederebbe a Viterbo di ricordarla, chiederebbe a Viterbo di assomigliarle. Di essere più coraggiosa, più libera, più unita, più capace di guardare oltre il proprio interesse immediato. Perché il rischio più grande non è che un giorno la Macchina smetta di attraversare le vie della città, il rischio è che continui a passare tra migliaia di persone incapaci di comprendere ciò che rappresenta davvero.
Il giorno in cui Santa Rosa diventerà soltanto una festa, un evento turistico o una tradizione da conservare, Viterbo avrà perso molto più della sua patrona, avrà perso la propria anima. Una città che perde la propria anima può continuare a organizzare grandi eventi, ad attirare visitatori e a riempire le piazze, ma difficilmente riuscirà a costruire il proprio futuro.
Santa Rosa continua a passare ogni anno per ricordare ai viterbesi che una comunità esiste soltanto quando è disposta a portare insieme il peso del bene comune. La domanda è semplice, ma scomoda, per quanti giorni all’anno Viterbo è davvero la città di Santa Rosa?


















