
EDITORIALE – In queste ore abbiamo riaperto la discussione su San Pellegrino in Fiore. Lo abbiamo fatto con un’interessante intervista a Giulio Della Rocca, che questo weekend sarà protagonista proprio a Viterbo con Tuscia in Fiore.
Non è importante quanto siamo in accordo o in disaccordo con le sue idee. Ve lo diciamo chiaramente: lo scrivente e Della Rocca la pensano e vedono diversamente sul 90% delle cose di cui si trovano a ragionare insieme. Però questo significa poco, solo gli eccessivamente stupidi (da una parte e dall’altra) hanno bisogno e piacere di stare solo con gente fotocopia di se stessi. Così, visto che Della Rocca fa Tuscia in Fiore c’è venuto spontaneo parlare della madre di tutte le manifestazioni che uniscono peperino e piante.
Cosa pensiamo della strada percorsa dal fu assessore Silvio Franco? Lo abbiamo scritto già: ne pensiamo bene (leggi qui). Della Rocca ha definito bando e commissione che ha giudicato (dettando le ultime due edizioni) come “fallimentari” (leggi qui). Lo abbiamo pubblicato dando grande rilievo all’intervista perché al di là di quelle che possono essere le idee e convinzioni di ognuno su un argomento ci hanno insegnato a coltivare sempre il dubbio. Il benedetto e santo dubbio sulle proprie ragioni.
La linea di Franco, dopo due anni abbiamo abbastanza elementi per un bilancio, ha portato frutto. La prima cosa buona è l’acquisizione del marchio San Pellegrino in Fiore che da brand privato, dei santissimi Malè e Fontana, è diventato patrimonio dei viterbesi. Non è poco, fidatevi. E di questo la città dovrebbe essere grata a Malé e a Fontana che non hanno voluto un euro quando quel marchio un valore reale ce l’ha eccome.
Poi Franco ha voluto togliere San Pellegrino in Fiore dal caos, dare una dimensione organizzativa. Ha anche puntato in alto, cercando idee qualificate. Ha voluto che si scegliesse tra progetti redatti da tecnici e valutati da una commissione di tecnici. Roba da città serie e quindi Viterbo ha fatto, in questo senso, un salto in avanti. La manifestazione ha avuto due progetti belli (anche se ci ha convinto più il primo del secondo), ha fatto bei numeri sul fronte (sempre fondamentale) delle presenze e portato vita nella parte monumentale del centro e sui registratori di cassa di diverse realtà.
Però Giulio Della Rocca non dice cose a caso. Coglie un punto che ha a che fare con l’anima di una manifestazione. Auspica a un coinvolgimento dei viterbesi, sottolinea il valore di un qualcosa vissuto in comunità. Il suo paragonare questo modo di fare San Pellegrino in Fiore a fare trasportare la Macchina di Santa Rosa a un trattore è, dobbiamo ammetterlo, geniale. Coglie, anche a nostro modo di vedere, un punto. Apre alla riflessione. Insomma ci regala una critica preziosa. Ma non si ferma lì, mette sul tavolo anche una soluzione, una visione alternativa di come organizzare il tutto. E anche nel fare questo secondo passaggio ci regala un altro spunto importante.
Della Rocca dice, in sintesi, “occhio che se questa è la strada abbiamo messo i viterbesi in balcone a vedere l’esibizione del genio di altri. Ma occhio, ripete, perché una manifestazione vera e vissuta deve coinvolgere come accade con Tuscia in Fiore a Villa San Giovanni. Lì si gasano e vogliono fare sempre meglio”. Poi dice anche: servono 23 punti di Viterbo. Che significa anche “occhio che la manifestazione come è oggi fa vivere solo sei piazze e solamente la zona monumentale della città. Lascia fuori tutto il resto”.
Questi due temi ci sembrano francamente buoni. Ci paiono apparire due crisi, due problematiche. Lo stolto tirerebbe dritto e con stoltezza farebbe il petto da cappone prendendosela anche con il povero Giulio. L’intelligente ascolterebbe e lavorerebbe per rendere più forte la prossima edizione di San Pellegrino in Fiore.
Coinvolgere la città di più è un qualcosa che passa anche per le regole del bando troppo stringenti e per la commissione troppo poco rappresentativa delle intelligenze della città. Anche questo Della Rocca lo dice bene. Perché un esperto di comunicazione visiva (con tanto di titoli accademici) non dovrebbe avanzare una propria idea di San Pellegrino in Fiore? Perché non dovrebbe farlo uno scenografo? Perché non un esperto di strutture narrative? E perché in commissione non dovrebbe sedere anche un esperto di scienze umane? O di comunicazione? O di design? Nel 2025 quale incompetente delle conoscenza può ritenere un architetto superiore a un designer e quindi più titolato a sedere in una commissione? Chi ha questa idea del valore dei titoli probabilmente è entrato nelle università trenta anni fa e guarda il mondo dallo specchietto retrovisore.
Il bando va aperto a più figure professionali. Poi se il progetto è buono o meno, fattibile o meno, coerente con il budget o meno, lo deciderà la commissione. E la commissione stessa va aperta a più figure con sensibilità e formazione diversa. Chi valuta ad esempio cosa comunica un progetto piuttosto che un altro? Chi ha valutato per queste due edizioni la leggibilità dei singoli progetti?
Ecco i difetti della strada di Franco a due anni di distanza. Magari non ravvisabili in principio ma dopo due edizioni apparsi chiaramente nella loro macroscopicità. E allora per noi, che siamo un giornale vero sul territorio, diventa importante intervistare Giulio Della Rocca. Perché quell’intervista ci apre una strada, ci permette di abbracciare il dubbio anche sulle nostre precedenti convinzioni ed evolvere nella prospettiva. Sempre al servizio della città, l’unica cosa che dovrebbe stare a cuore a tutti. Al netto della megalomania, della superbia e della retorica della misurazione.
L’augurio è che anche la sindaca Frontini possa leggere questo articolo. E che possano leggerlo i suoi consiglieri e anche quelli di opposizione. Affidiamo a loro questi spunti nella speranza che possano utilizzarli per migliorare e fare progredire la manifestazione di San Pellegrino in Fiore.


















