

EDITORIALE – C’è qualcosa di peggiore dell’ignoranza della storia, la sua manipolazione deliberata. Non conoscere un fatto può essere un limite, prendere invece episodi, date e numeri, deformarli e costringerli a confermare una convinzione già decisa è un’operazione intellettualmente disonesta e politicamente pericolosa. È la storia trasformata in una clava, non serve più a comprendere il passato, ma a colpire l’avversario del presente. Non viene studiata, viene arruolata. Non viene interrogata, viene costretta a testimoniare il falso.
Le affermazioni di Roberto Vannacci sui Longobardi sono un esempio quasi perfetto di questo metodo. Secondo il generale, l’invasione longobarda avrebbe coinvolto appena il 4 per cento della popolazione della penisola, mentre oggi gli stranieri sarebbero circa il 10 per cento. Inoltre, i Longobardi si sarebbero convertiti “immediatamente” al cristianesimo. Il messaggio è evidente, si tenta di affermare che gli stranieri di allora erano pochi, docili e disponibili ad assimilarsi; quelli di oggi sarebbero troppi, estranei e culturalmente incompatibili.
Peccato che la storia racconti tutt’altro. Anzitutto, confrontare un’invasione militare del VI secolo con l’immigrazione contemporanea è un’assurdità. I Longobardi entrarono armati nella penisola, conquistarono territori, fondarono ducati, occuparono città e sostituirono parte delle classi dirigenti, gli immigrati di oggi arrivano all’interno di Stati moderni, sottoposti a leggi, confini, permessi di soggiorno, cittadinanze e ordinamenti costituzionali. Sono fenomeni diversi per natura, contesto e conseguenze, metterli sullo stesso piano non è divulgazione storica, è propaganda.
Anche la conversione “immediata” è una grossolana falsificazione. Molti Longobardi erano già cristiani, prevalentemente ariani, prima di entrare in Italia, il loro passaggio al cattolicesimo romano fu lento, contrastato e attraversò più generazioni. Chiamare immediato un processo durato oltre un secolo significa non sbagliare una data, ma alterare consapevolmente la cronologia per renderla funzionale alla propria tesi.
Il punto più grave, tuttavia, non riguarda soltanto i Longobardi, riguarda l’idea stessa di un’Italia popolata da uomini “autoctoni”, puri, immobili e biologicamente separabili dagli “esogeni”. Quell’Italia non è mai esistita. La penisola è stata per millenni un crocevia di popoli, migrazioni, conquiste, scambi e contaminazioni. Roma fu una città mediterranea e cosmopolita, attraversata da uomini provenienti dall’Europa, dall’Africa e dall’Asia. La storia italiana è fatta di Etruschi, Greci, Celti, Romani, Goti, Longobardi, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Francesi, Spagnoli e di innumerevoli altri incontri.
La pretesa di individuare un italiano originario e incontaminato appartiene alla mitologia politica, non alla ricerca storica ed è proprio qui che il ragionamento di Vannacci diventa inquietante. Si parte da una convinzione precostituita — l’esistenza di una comunità nazionale omogenea minacciata da corpi estranei — e si cercano nel passato soltanto i frammenti utili a confermarla. I fatti contrari vengono rimossi, le differenze cancellate, le cronologie compresse, i numeri lanciati senza indicare chiaramente le fonti.
Poi arriva il passaggio più sfrontato, chi ricorda i fatti viene accusato di essere ideologico. Lo storico, il genetista, il medievalista o chi altro corregge la falsificazione diventa l’avversario politico. La competenza viene presentata come faziosità, mentre la propaganda si traveste da buon senso. Chi conosce le fonti deve difendersi; chi le piega alle proprie ossessioni pretende di impartire lezioni, è il capovolgimento perfetto.
Non è casuale che, in questo discorso, ritornino parole come “autoctoni” ed “esogeni”. Sono termini apparentemente tecnici, usati però per dividere gli uomini tra appartenenti naturali alla comunità ed elementi estranei. È la stessa necessità che nel 1938 spinse il razzismo fascista a inventare la purezza biologica degli italiani e a presentare la discriminazione come difesa della nazione.
Questo non significa che ogni critica all’immigrazione coincida con il razzismo o con le leggi razziali. Significa però che determinate parole e categorie hanno una storia precisa. Usarle con leggerezza, o peggio con calcolo, serve a trasformare persone concrete in corpi estranei e problemi politici in questioni di sangue, origine e appartenenza naturale.
Si può discutere duramente di immigrazione, sicurezza, integrazione, legalità e cittadinanza, sono problemi reali e una democrazia deve affrontarli senza ipocrisie, ma proprio perché sono problemi seri, non possono essere trattati con paragoni falsi, percentuali misteriose e genealogie immaginarie. Vannacci ha il diritto di sostenere politiche restrittive, non ha il diritto di pretendere che la storia venga riscritta per dargli ragione.
La politica può proporre soluzioni diverse, non può inventarsi il passato. Perché quando i fatti vengono piegati alla lotta politica o anche solo alle proprie convinzioni pseudo-culturali, non si danneggia soltanto la conoscenza storica, si distrugge il terreno comune sul quale una democrazia può ancora discutere. Se ogni dato diventa opinione, ogni fonte propaganda e ogni studioso un nemico, resta soltanto la legge del più rumoroso che, spesso coincide col più presuntuoso.
La storia non è un deposito di armi ideologiche, è una disciplina fondata su documenti, confronti, verifiche e dubbi. Chi la falsifica per alimentare la paura non difende l’identità nazionale o semplicemente piegarle alle proprie errate convinzioni culturali, la riduce a una caricatura. Chi ha bisogno di inventare il passato per dimostrare di avere ragione nel presente, molto probabilmente non ha ragione né sull’uno né sull’altro.

















