

EDITORIALE – C’è un ambientalismo che costa poco: quello degli annunci, delle giornate ecologiche, delle fotografie con la pala in mano e delle decine di alberi promessi come se bastassero a cambiare il destino di una città. E ce n’è un altro molto più difficile, che obbliga a cambiare priorità, dire dei no, modificare gli investimenti, porre condizioni ai privati e soprattutto decidere diversamente come spendere il denaro pubblico. Il primo piace molto perché produce consenso senza creare conflitti; il secondo molto meno, perché mette in discussione interessi, abitudini e rendite consolidate.
Nella Tuscia possiamo e dobbiamo continuare a piantare alberi, ma non possiamo raccontarci che questo renda automaticamente sostenibile un territorio nel quale continuiamo a consumare suolo, asfaltare superfici, concentrare attività commerciali in aree raggiungibili quasi esclusivamente in automobile, lasciare strade urbane senza marciapiedi e fermate degli autobus senza una panchina o una pensilina. L’albero piantato davanti alle telecamere non cancella una scelta urbanistica sbagliata, non cancella un parcheggio trasformato in una distesa di asfalto senza ombra, non cancella il traffico generato da un nuovo insediamento commerciale e non cancella neppure l’assenza di collegamenti ferroviari adeguati con Roma, che continua a pesare sulla vita quotidiana di migliaia di pendolari.
La contraddizione sta tutta qui: mentre celebriamo la sostenibilità nei convegni e nei comunicati, continuiamo spesso a organizzare le nostre città e i nostri paesi secondo un modello che costringe le persone a muoversi in auto anche per brevi spostamenti, rende difficile camminare in sicurezza, penalizza anziani e persone con difficoltà motorie e scarica sulla collettività i costi di scelte che avrebbero dovuto essere affrontate prima. Se poi a tutto questo rispondiamo con qualche nuova piantumazione, rischiamo di utilizzare il verde come una forma di assoluzione preventiva.
Il problema riguarda anche il modo in cui vengono distribuite le risorse pubbliche. Durante l’estate nella Tuscia vengono finanziate manifestazioni, festival, sagre, concerti, rassegne culturali, spettacoli e iniziative turistiche. Molte sono utili e contribuiscono alla vitalità dei piccoli comuni, ma proprio per questo sarebbe necessario chiedersi quale idea di territorio stiamo sostenendo e soprattutto che cosa rimane quando le luci si spengono, il palco viene smontato e i visitatori tornano a casa.
Non stiamo parlando di cifre marginali. Nel solo 2026, sommando alcuni dei principali bandi regionali destinati alla promozione territoriale, agli eventi, al turismo e alla valorizzazione agroalimentare, si arriva ad almeno 14,8 milioni di euro: una stima prudenziale che non comprende tutte le altre forme di finanziamento pubblico per manifestazioni, spettacoli, iniziative culturali e contributi straordinari. Basterebbe destinare il 5 per cento di questa somma a interventi permanenti per avere circa 740 mila euro l’anno; con il 10 per cento si arriverebbe a quasi un milione e mezzo. Non significherebbe cancellare festival o sagre, ma pretendere che una piccola parte delle risorse utilizzate per promuovere un territorio contribuisca anche a renderlo più vivibile, lasciando dopo l’evento alberature, pensiline, marciapiedi, attraversamenti sicuri, panchine, aree ombreggiate e altri servizi che continuano a essere utilizzati quando il palco è già stato smontato.
Lo stesso principio dovrebbe valere per gli investimenti privati: chi realizza un nuovo centro commerciale o un grande insediamento non può limitarsi a costruire ciò che gli serve e lasciare alla collettività traffico, congestione e nuovi costi infrastrutturali. Deve contribuire alle bretelle necessarie, agli accessi, al verde, alle alberature, ai percorsi pedonali e alla manutenzione di ciò che viene realizzato, evitando che il vantaggio economico resti privato mentre il costo territoriale diventa pubblico.
Anche il verde deve essere sottratto alla propaganda. Piantare cento alberi e lasciarne morire una parte per mancanza di manutenzione non è politica ambientale, così come fotografare una nuova aiuola e poi lasciare migliaia di metri quadrati di parcheggi senza ombra non è sostenibilità. Parlare di mobilità verde mentre il pendolare della Tuscia continua a impiegare tempi incompatibili con una vita normale per raggiungere Roma non è transizione ecologica: è comunicazione.
La politica ambientale comincia quando diventa scomoda, quando modifica un bilancio, limita il consumo di suolo, obbliga un investitore a sostenere davvero il costo territoriale del proprio intervento e sottrae una parte delle risorse all’effimero per costruire qualcosa che rimanga. Gli alberi continuiamo pure a piantarli, ma smettiamo di usarli come prova di una sostenibilità che, nelle decisioni vere, troppe volte non c’è.

















