

EDITORIALE – La tragedia di piazza San Carluccio non autorizza accuse né conclusioni affrettate: saranno gli accertamenti sanitari e quelli delle autorità competenti a stabilire perché quell’uomo sia morto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non cogliere l’occasione per tornare a parlare delle condizioni di tanti cantieri italiani e di un Paese nel quale ancora troppe persone escono di casa per lavorare e non tornano più.
Un uomo è morto nel cantiere di piazza San Carluccio, nel cuore del quartiere medievale di Viterbo, mentre erano in corso lavori finanziati nell’ambito del PNRR. Tutta la redazione de La Fune fa le più sentite condoglianze alla famiglia. Le prime informazioni parlano di un malore, forse avvenuto durante una pausa; i colleghi hanno immediatamente chiamato i soccorsi e il personale sanitario ha tentato a lungo di rianimarlo, ma ogni intervento è risultato inutile.
Fermiamoci ai fatti. Non sappiamo perché quell’operaio sia morto, non sappiamo se il lavoro svolto abbia avuto una qualsiasi relazione con il decesso, non sappiamo se esistessero condizioni sanitarie precedenti e non sappiamo se nel cantiere vi fosse qualcosa che avrebbe potuto contribuire all’accaduto. Stabilire tutto questo spetta al medico legale, agli organi di controllo e, qualora fosse necessario, alla magistratura.
Non è compito nostro trovare un colpevole e sarebbe profondamente ingiusto trasformare una tragedia, prima ancora degli accertamenti, in un processo contro un’impresa, un responsabile dei lavori o chiunque altro.
Possiamo però fare un’altra cosa: parlare del lavoro nei cantieri. Li ho conosciuti quando nella FILCA-CISL seguivo gli edili, anche nei grandi cantieri del Policlinico di Messina, ed ho imparato allora che esiste una distanza enorme tra il cantiere visto da fuori e quello vissuto ogni giorno da chi ci lavora.
Il cantiere è fatica fisica, polvere, rumore, caldo, freddo, scale, ponteggi, macchinari, materiali pesanti, orari che qualche volta si allungano, spostamenti da un luogo all’altro, squadre composte da lavoratori di aziende diverse, subappalti, età differenti, lingue differenti e condizioni personali che non sono mai tutte uguali. Negli anni la sicurezza è migliorata, le norme sono aumentate, sono arrivati coordinatori, responsabili, corsi di formazione, dispositivi di protezione, piani e procedure, ma le morti continuano.
Nel 2025 sono state presentate all’INAIL 1.093 denunce di infortunio con esito mortale, 792 delle quali relative a incidenti avvenuti in occasione di lavoro. Nei primi sei mesi del 2026 le denunce mortali sono state già 470, 342 delle quali in occasione di lavoro; nel Lazio sono state 37, di cui 23 durante l’attività lavorativa. Sono dati provvisori, che non equivalgono automaticamente a casi definitivamente riconosciuti come morti sul lavoro, ma descrivono comunque una dimensione che non può essere considerata normale.
E l’edilizia continua a essere uno dei settori più delicati. Nel 2024 nelle Costruzioni sono state denunciate 43.931 situazioni di infortunio e 210 casi mortali; nel biennio 2023-2024 i decessi denunciati sono stati 436. Dietro questi numeri ci sono persone, famiglie, figli, mogli, mariti, colleghi che un giorno lavoravano accanto a qualcuno e quello dopo ne trovano soltanto il posto vuoto.
Per questo la sicurezza non può ridursi alla domanda se il casco fosse indossato, se il ponteggio fosse a norma o se un modulo fosse stato firmato. Tutto questo è indispensabile, ma non basta. Occorre guardare anche ai ritmi, alla fatica, alle temperature, all’età delle persone, alla salute, alla qualità delle pause, alla formazione reale e non soltanto certificata, all’organizzazione degli appalti e dei subappalti, alla possibilità per un lavoratore di dire «non sto bene» senza temere di creare un problema alla squadra o di non essere chiamato per un prossimo cantiere.
Un uomo è morto nel cantiere di San Carluccio: non ne conosciamo i motivi, sappiamo però che è avvenuta in un luogo di lavoro, in un Paese nel quale si continua a morire troppo spesso mentre si lavora. È questo che non possiamo più considerare inevitabile.

















