Non è soltanto il bollo, la destra sociale sta cambiando il volto del centrodestra italiano
chigi
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L’esenzione dal bollo per un solo veicolo e per le auto fino a 80 kW può sembrare soltanto l’ennesimo taglio fiscale, ma inserita accanto alla partecipazione dei lavoratori alle imprese e alla crescente attenzione ai costi che pesano sulle famiglie racconta qualcosa di più profondo.

L’esenzione dal bollo per un solo veicolo e per le auto fino a 80 kW può sembrare soltanto l’ennesimo taglio fiscale, ma inserita accanto alla partecipazione dei lavoratori alle imprese e alla crescente attenzione ai costi che pesano sulle famiglie racconta qualcosa di più profondo. Nel centrodestra sembra acquistare peso una cultura che non coincide né con il liberismo né con l’assistenzialismo: quella della destra sociale.

Se si guarda soltanto al bollo auto si rischia di non vedere il fenomeno politico che sta dietro alla misura. Il governo ha deciso per il 2027 l’esenzione per un solo veicolo regolarmente assicurato, estendendola alle automobili fino a 80 kW e ai motocicli, una platea che secondo le stime comprende circa 14,5 milioni di mezzi, con un trasferimento alle Regioni di circa 2,3 miliardi per compensare parte del gettito perduto.

Forza Italia può legittimamente rivendicarla come una vecchia battaglia liberale contro le tasse, ed è infatti questa la lettura data da Antonio Tajani. Il modo in cui il provvedimento è costruito suggerisce però anche un’altra chiave: non si abolisce indistintamente il bollo su qualsiasi automobile, si protegge un solo mezzo e si introduce una soglia di potenza che concentra il beneficio soprattutto sulla mobilità ordinaria. Non è una misura legata al reddito, dunque sarebbe sbagliato definirla automaticamente un intervento per i poveri, ma altrettanto difficile è non vedere la scelta di privilegiare l’automobile normale, quella utilizzata ogni giorno per lavorare, accompagnare i figli, raggiungere servizi che soprattutto nelle periferie e nelle aree interne spesso non sono raggiungibili diversamente. Ed è qui che torna una categoria politica quasi scomparsa dal dibattito pubblico: la destra sociale.

La destra sociale non è semplicemente una destra più compassionevole, né una versione conservatrice dello Stato assistenziale. La sua tradizione parte da un’idea diversa: il mercato è necessario ma non può essere il solo principio ordinatore della società; lo Stato non deve sostituirsi alla società ma neppure ritirarsi lasciando individui, famiglie e lavoratori soli davanti alla forza economica; capitale e lavoro non sono necessariamente nemici, perché possono partecipare alla costruzione dell’impresa; mentre comunità, territorio, famiglia, corpi intermedi e identità collettive costituiscono qualcosa che non può essere ridotto alla somma degli interessi individuali.

È quella che storicamente viene descritta come la ricerca di una terza via fra il capitalismo senza correttivi e il socialismo marxista, con una particolare attenzione alla partecipazione dei lavoratori. Non casualmente uno dei riferimenti ricorrenti di questa cultura è l’articolo 46 della Costituzione, quello che riconosce ai lavoratori il diritto a collaborare alla gestione delle aziende. Proposte parlamentari provenienti esplicitamente dall’area della destra sociale avevano richiamato quell’articolo già nelle legislature precedenti e, nel maggio 2025, il Parlamento ha definitivamente approvato la legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e alle utili delle imprese, dichiaratamente attuativa proprio dell’articolo 46.

Forse è questo il passaggio politico che merita maggiore attenzione. Nel centrodestra convivono culture differenti: quella liberale di Forza Italia, quella autonomista e popolare della Lega, quella nazionale e comunitaria che ha attraversato la storia della destra italiana e che oggi trova soprattutto in Fratelli d’Italia la propria rappresentanza. Dire che una di queste abbia cancellato le altre sarebbe sbagliato, ma si può osservare come il linguaggio della destra sociale stia diventando uno dei modi attraverso cui l’intera coalizione interpreta molte questioni economiche, anche quando il punto di partenza è differente.

Il bollo ne offre un esempio curioso. La proposta nasce anche dalla tradizionale richiesta liberale di eliminare una tassa sulla proprietà, ma approda a un intervento selettivo: un mezzo, una soglia di potenza, una platea costruita intorno alla mobilità comune. La cultura liberale dice meno tasse; quella sociale aggiunge una domanda: meno tasse per chi e su che cosa?

La stessa logica può essere riconosciuta, con forme e risultati naturalmente discutibili e da valutare caso per caso, quando l’intervento pubblico viene indirizzato verso famiglia, natalità, redditi da lavoro, fringe benefit, costi energetici o protezione del potere d’acquisto. È una lettura della società nella quale la politica non deve semplicemente garantire che il mercato funzioni, ma cercare di impedire che il mercato e le spese inevitabili della vita quotidiana divorino lo spazio economico delle famiglie.

La differenza con la tradizione della sinistra rimane profonda. La destra sociale non nasce dalla lotta di classe, cerca semmai di superarla attraverso la collaborazione e la partecipazione; non considera il profitto un male, ma pretende che l’impresa abbia anche una responsabilità sociale; non propone necessariamente più Stato, ma uno Stato capace di difendere la comunità quando il mercato e la globalizzazione producono squilibri. Per questo l’abolizione parziale del bollo conta meno dei 2,3 miliardi che costa: conta per quello che rivela.

Nel centrodestra italiano la partita non sembra più giocarsi soltanto sul “meno tasse”, ma sempre più sul tentativo di conciliare mercato, lavoro, famiglia e protezione sociale. Se questa linea continuerà anche nei prossimi provvedimenti, non saremo davanti a qualche misura isolata, ma al ritorno in forma di governo di una cultura politica che per decenni era rimasta ai margini della discussione economica italiana: la destra sociale.

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