

EDITORIALE – I numeri sono importanti e il dato del +29,2% degli arrivi turistici registrato a Viterbo tra il 2022 e il 2025 è certamente una buona notizia. Significa che la città e la provincia stanno finalmente entrando nelle mappe di un turismo che cerca autenticità, qualità della vita, bellezza diffusa e costi più sostenibili rispetto alle grandi città d’arte. Ma c’è una domanda che vale più di tutte le statistiche: quanto restano questi turisti?
Perché la vera differenza tra un territorio che vive di turismo e uno che semplicemente vede passare visitatori non sta negli arrivi. Sta nelle permanenze. Un turista che arriva la mattina, visita il quartiere di San Pellegrino, pranza e riparte nel pomeriggio produce certamente un beneficio economico, ma è un beneficio limitato. Un turista che resta tre, quattro o cinque giorni dorme nelle strutture ricettive, mangia nei ristoranti, acquista prodotti locali, visita musei, utilizza servizi, scopre paesi, torna a casa e diventa ambasciatore del territorio. È qui che si gioca il futuro del Viterbese.
Per anni abbiamo ragionato con una mentalità da campanile. Ogni comune ha cercato di promuovere se stesso come se fosse una destinazione autonoma. Viterbo da una parte, Bolsena dall’altra, Civita di Bagnoregio da un’altra ancora, Tarquinia per conto proprio, Tuscania, Sutri, Acquapendente, Montefiascone, Caprarola. Un errore. Il turista non ragiona per confini amministrativi. Ragiona per esperienze.
Chi arriva nella Tuscia non cerca soltanto Viterbo, cerca qualcosa da fare domani mattina, il giorno successivo e quello ancora dopo. Per questo la sfida non è promuovere singoli luoghi, ma costruire percorsi, percorsi spirituali innanzitutto. La nostra provincia possiede un patrimonio straordinario che oggi viene valorizzato solo in minima parte. I cammini francescani, i conventi, gli eremi, i luoghi attraversati da San Francesco, le abbazie cistercensi, i santuari mariani, le testimonianze della spiritualità medievale potrebbero diventare una rete capace di attrarre migliaia di persone interessate al turismo lento e interiore. Un turismo che cammina, che sosta, che incontra le comunità e che genera permanenza.
Poi ci sono i percorsi naturalistici. Laghi, riserve, boschi, sentieri, ciclovie, ippovie, strade bianche, la Via Francigena, i Monti Cimini, il Lago di Bolsena, le gole e le forre etrusche. Un patrimonio enorme che ancora oggi appare frammentato e poco integrato. In tutta Europa cresce la domanda di turismo outdoor. Persone che cercano passeggiate, trekking, percorsi in bicicletta, esperienze nella natura. La Tuscia possiede tutto questo ma non sempre riesce a raccontarlo come un sistema unitario.
Lo stesso vale per la cultura. La Tuscia è contemporaneamente etrusca, romana, medievale, rinascimentale e religiosa. Pochi territori italiani possono vantare una simile stratificazione storica. Si potrebbe arrivare per seguire un itinerario etrusco tra Tarquinia, Tuscania, Norchia, Castel d’Asso e Vulci. Oppure per un viaggio nel Medioevo tra Viterbo, Ferento, San Pellegrino, Civita di Bagnoregio e i borghi della Teverina. O ancora per scoprire il Rinascimento di Villa Lante, Palazzo Farnese a Caprarola e delle grandi residenze storiche. Non singole visite. Esperienze di più giorni.
E poi c’è il cibo. Olio, vino, nocciole, formaggi, legumi, castagne, prodotti della pesca lacustre, cucina tradizionale. L’enogastronomia non deve essere un accessorio del turismo. Deve diventare uno dei suoi motori principali. Il visitatore deve poter attraversare la Tuscia seguendo strade del vino, dell’olio, delle nocciole, delle produzioni tipiche, incontrando aziende agricole, frantoi, cantine e produttori. Tutto questo richiede una rivoluzione culturale prima ancora che organizzativa. Occorre smettere di pensare che il successo di Viterbo sia alternativo a quello di Bolsena o che la crescita di Civita penalizzi Tarquinia. La competizione non è tra i comuni della Tuscia. La competizione è con altri territori italiani ed europei.
Da soli si resta mete di passaggio, insieme si diventa destinazione. La vera sfida dei prossimi anni, dunque, non sarà aumentare ancora gli arrivi, sarà aumentare le notti trascorse nella Tuscia, passare da una visita di poche ore a soggiorni di più giorni, trasformare il turista frettoloso in un ospite che vive il territorio. Perché il futuro non appartiene ai luoghi che attraggono più persone, appartiene ai territori che riescono a farle restare. La Tuscia ha tutto ciò che serve per riuscirci, deve soltanto imparare a raccontarsi come un unico grande viaggio, non come una somma di campanili, ma come una destinazione capace di offrire, in pochi chilometri, spiritualità, natura, storia, arte, sapori e qualità della vita. È questa la differenza tra il turismo che passa e il turismo che costruisce futuro.

















