


EDITORIALE / IL DOMENICALE – A ventitré anni aveva già lasciato un segno nella storia della Chiesa italiana. Oggi il suo nome è quasi dimenticato, ma senza di lui probabilmente non sarebbe nata l’Azione Cattolica. Ci sono uomini che attraversano la storia per decenni senza lasciare traccia e ragazzi che, pur vivendo appena ventitré anni, riescono a cambiare il corso degli eventi. Mario Fani appartiene a questa seconda categoria.
Nato a Viterbo nel 1845 da una famiglia nobile, cresce in una città che allora vive ancora dentro i confini dello Stato Pontificio. Frequenta i Benedettini di San Paolo e manifesta fin da giovane una sensibilità religiosa fuori dal comune. Ma ciò che colpisce maggiormente non è la sua devozione. È la sua capacità di guardare avanti. In un’Italia che sta nascendo tra conflitti politici, rivoluzioni e profonde divisioni sociali, Fani comprende una cosa semplice ma rivoluzionaria: il futuro della Chiesa non può essere affidato soltanto al clero, deve passare attraverso i laici e, soprattutto, attraverso i giovani.
Per questo fonda a Viterbo il Circolo Santa Rosa, un luogo dove fede, formazione e impegno civile camminano insieme. Un’intuizione che oggi potrebbe sembrare normale, ma che nella seconda metà dell’Ottocento rappresentava una novità assoluta. L’incontro con Giovanni Acquaderni trasforma quell’esperienza locale in un progetto nazionale. Nel 1867 nasce la Società della Gioventù Cattolica Italiana, il seme da cui germoglierà quella che diventerà l’Azione Cattolica, una delle più grandi esperienze associative della Chiesa contemporanea. Non è un dettaglio che proprio Mario Fani insista affinché nella denominazione venga inserita la parola “Italiana”. In quel momento storico, mentre il Paese cerca ancora una propria identità unitaria, quel termine assume un valore enorme. Significa affermare che essere cattolici e sentirsi parte della nazione non sono realtà contrapposte, ma dimensioni che possono convivere e rafforzarsi reciprocamente.
Il 2 maggio 1868 Papa Pio IX approva ufficialmente la nuova associazione. Per un giovane di appena ventitré anni è un risultato straordinario. La vicenda umana di Mario Fani non si conclude nelle sale vaticane o nelle riunioni associative, si conclude su una spiaggia. Nell’estate del 1869, durante una vacanza a Livorno, vede una persona in difficoltà in mare, non esita, si getta in acqua per salvarla. Riesce nell’impresa, ma quel gesto gli costa caro, contrae una grave malattia polmonare che in pochi mesi lo conduce alla morte.
Muore il 27 settembre 1869, aveva soltanto ventitré anni. La sua esistenza sembra quasi racchiusa in una parabola perfetta: una vita breve, consumata interamente per gli altri. Prima per costruire una comunità di giovani impegnati nella fede e nella società, poi per salvare concretamente una persona in pericolo. Oggi, in un tempo in cui spesso si descrivono i giovani come disinteressati, individualisti o incapaci di assumersi responsabilità collettive, la figura di Mario Fani appare sorprendentemente moderna. Non attese che qualcuno gli affidasse un ruolo, non cercò visibilità, non costruì carriere, scelse semplicemente di agire.
La sua eredità è ancora viva in milioni di persone che, attraverso l’Azione Cattolica, hanno imparato a coniugare fede, cittadinanza, solidarietà e partecipazione democratica. Viterbo però, sembra ricordarlo troppo poco. Molti conoscono la romana Via Mario Fani, diventata tragicamente famosa per il rapimento di Aldo Moro nel 1978. Pochi sanno che quel nome appartiene a un ragazzo viterbese che, un secolo prima, aveva immaginato un’altra Italia: un Paese costruito non sulla forza, ma sull’impegno; non sull’odio, ma sulla partecipazione; non sull’indifferenza, ma sulla responsabilità.
Forse la lezione più attuale di Mario Fani sta proprio qui. Le comunità non si salvano da sole, hanno bisogno di donne e uomini capaci di mettersi in gioco, hanno bisogno di giovani che non si limitino a lamentarsi del presente ma provino a costruire il futuro. È ciò che fece quel ragazzo di Viterbo più di centocinquant’anni fa e forse è ciò di cui il Viterbese ha ancora bisogno oggi.

















