
TURISMO – Che cosa è davvero il turismo? Non è solo un flusso di visitatori, né una fotografia sui social, né una statistica di presenze. Nella Tuscia il turismo è diventato pane quotidiano, lavoro, servizi, identità. Lo dimostra l’esperienza di Civita di Bagnoregio, il borgo sospeso che ogni anno richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo, trasformando una fragilità geografica in una forza economica.
Ma il punto sollevato dal sindaco di Bagnoregio, Luca Profili, va oltre il successo di Civita. La vera sfida è far esistere un marchio Tuscia. Non una formula retorica, ma un’identità condivisa, riconoscibile, capace di unire comuni, eventi, prodotti, paesaggi sotto un unico logo. Un po’ come accade con il Marchio Trentino, diventato negli anni un simbolo di qualità e coerenza.
La Tuscia oggi è forte, ma frammentata. Ogni paese promuove se stesso, ogni amministrazione difende il proprio orticello, ogni evento resta confinato nel proprio perimetro. Eppure basterebbe poco: immaginare la scritta “Tuscia” su ogni manifesto, su ogni sito, su ogni iniziativa culturale. Significherebbe dire al mondo che questo territorio esiste come sistema, non solo come somma di bellezze isolate.
Il turismo non si costruisce nelle stanze dei municipi. Si costruisce nei bar che aprono tutto l’anno, nei ristoranti che curano l’accoglienza, nei commercianti che salutano con cortesia, nei servizi pubblici efficienti, nella pulizia, nella manutenzione. È una mentalità prima ancora che un settore economico. A Civita questo è stato compreso: apertura quasi continua, gestione strutturata, capacità di monetizzare i flussi per reinvestire sui cittadini. Il biglietto d’ingresso, intuizione dell’ex sindaco Francesco Bigiotti, ha permesso di trasformare un costo in risorsa, finanziando servizi come scuolabus e mensa gratuita.
Il turismo, però, è anche equilibrio. Senza tutela si distrugge ciò che si promuove. Non è un caso che a Civita sia stato costituito un comitato scientifico presieduto dal professor Claudio Margottini per studiare la conservazione del borgo. La Tuscia è fragile: tufo, calanchi, borghi arroccati, patrimonio storico diffuso. Serve pianificazione, servono competenze, serve visione. E poi c’è la modernità. L’intelligenza artificiale presto pianificherà viaggi, suggerirà itinerari, organizzerà esperienze personalizzate.
Chi non sarà presente nei grandi flussi digitali rischierà di non esistere. Anche qui il marchio può fare la differenza: essere riconoscibili nei motori di ricerca, nei portali internazionali, nelle piattaforme di prenotazione. La crescita turistica non può essere una corsa solitaria. L’esempio della collaborazione con Bolsena, con progetti comuni e una ciclovia in arrivo, dimostra che l’integrazione è possibile. E il capoluogo Viterbo, con il suo comparto del benessere in crescita e il patrimonio medievale, dovrebbe essere il perno naturale di un sistema coordinato.
La Tuscia non ha nulla da invidiare alla vicina Toscana. Ha paesaggi, terme, laghi, borghi, cultura, enogastronomia. Le “armi”, come le definisce Profili, sono potenti. Manca la narrazione comune. Manca il coraggio di superare divisioni politiche e piccole rivalità locali. Il turismo è impresa, ma è anche politica nel senso più alto del termine: scelta di futuro. Significa decidere di investire in infrastrutture, in manutenzione, in formazione, in qualità dei servizi. Significa comprendere che ogni visitatore è un ambasciatore potenziale del territorio.
Civita dimostra che una destinazione può nascere quasi per vocazione iconica, ma crescere solo grazie a organizzazione e gestione imprenditoriale. La società partecipata Casa Civita, con decine di addetti, è la prova che anche un comune di poco più di tremila abitanti può generare occupazione stabile e strutturata. La domanda allora non è se la Tuscia possa diventare un brand. La domanda è se voglia diventarlo. Perché il turismo non è un destino automatico. È una scelta collettiva. E senza unità resteranno solo eccellenze isolate, splendide ma sole.


















