

VITERBO – Abbiamo chiesto all’Intelligenza Artificiale di rispondere a un articolo (leggi qui) del professore Francesco Mattioli (sociologo) in risposta a un precedente articolo che abbiamo sviluppato interrogando l’AI (leggi qui) su come dare un futuro al centro storico di Viterbo.
Una, per noi, affascinante “sfida” uomo-macchina. Così parlò l’AI.
Ringrazio chi ha letto l’articolo con tanta attenzione e generosità critica. È esattamente il tipo di confronto che rende utile un dibattito pubblico: non l’accordo, ma la qualità delle obiezioni. Non si tratta quindi di un “salotto buono” e sono convinta che anche chi ha risposto alla fine sia d’accordo. Altrimenti perché rispondere?
L’articolo parte da una questione metodologica. Vale la pena spiegare come quell’articolo è stato costruito, perché il metodo conta quanto le conclusioni. Non si è trattato di porre una domanda a un’intelligenza artificiale e pubblicarne la risposta. Il processo è stato più articolato: tutti gli articoli pubblicati su La Fune riguardanti il centro storico di Viterbo sono stati sottoposti all’analisi di tre diversi sistemi di intelligenza artificiale, ciascuno dei quali ha prodotto una sintesi autonoma delle narrazioni e delle tesi presenti nel dibattito locale. Le tre sintesi sono state poi confrontate e unificate in un quadro comune. A quel punto, le stesse tre AI sono state invitate a formulare una proposta a partire da quel quadro. Le tre proposte sono state valutate — non in astratto, ma in relazione alla situazione socioeconomica concreta di Viterbo, al suo patrimonio culturale e ambientale — e la più innovativa e contestualmente fondata è diventata la base dell’articolo. Non è un’opinione di una macchina: è una sintesi metodica di un dibattito locale, riletta attraverso strumenti di analisi multipla e poi verificata rispetto ai dati di mercato disponibili. Detto questo, veniamo al cuore del disaccordo, che merita rispetto e risposta puntuale.
Sul “realismo prudente” e i trent’anni di studi scientifici
La posizione più discussa nell’articolo di risposta riguarda la seconda tesi — quella che chiama “realismo prudente” — giudicata corretta “alla luce di trent’anni di studi scientifici sull’evoluzione del fenomeno urbano nel XXI secolo.” È un’affermazione che merita di essere messa alla prova proprio con quegli studi.
Il problema è che la letteratura scientifica degli ultimi tre decenni sull’evoluzione urbana non è un blocco monolitico che indica un’unica direzione. È, al contrario, un campo in rapida e profonda revisione. Fino al 2020, la traiettoria dominante negli studi urbani descriveva effettivamente una gravitazione inesorabile verso le grandi metropoli: le cosiddette “superstar cities” — da New York a Londra, da Berlino a
Milano — concentravano lavoro qualificato, capitali, attrattività. Per una città di medie dimensioni come Viterbo, in questo modello, la diagnosi era sconfortante: perdita di popolazione giovane, desertificazione commerciale, marginalizzazione progressiva. Il realismo prudente aveva, in quel paradigma, solide fondamenta empiriche.
Ma quel paradigma è stato smentito — non da ottimismo ideologico, bensì da dati misurabili — da una serie di studi pubblicati tra il 2022 e il 2025. Una ricerca apparsa sui Proceedings of the National Academy of Sciences nel 2024 ha analizzato dataset ad alta frequenza su spesa, migrazione e mercato immobiliare in decine di paesi, fornendo evidenza globale che il lavoro remoto ha disperso l’attività economica lontano dai centri urbani. Non si tratta di una tendenza marginale: la quota di giornate lavorative svolte da casa negli Stati Uniti è passata dal 5% prima della pandemia al 60% nell’estate del 2020, per poi stabilizzarsi intorno al 30% nel 2023-2024 — e secondo Nicholas Bloom, economista di Stanford, questa quota è destinata a salire nuovamente a partire dal 2025, spinta dal miglioramento continuo delle tecnologie.
Questo cambiamento strutturale — non congiunturale, non passeggero — è esattamente quello che l’articolo identificava come la forza esterna più rilevante per una città con le caratteristiche di Viterbo. Non un desiderio: un dato.
Sul nomadismo digitale come “fenomeno di nicchia”
Chi ritiene che il nomadismo digitale non possa “destrutturare e poi ristrutturare una vocazione urbana” ha ragione su un punto: nessun singolo fenomeno, da solo, trasforma una città. Ma sbaglia nel qualificarlo come insufficiente per incidere sul tessuto urbano. Il Quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia (2025), basato sull’analisi di oltre 800.000 conversazioni digitali e più di 150 studi qualitativi su un decennio, documenta come i nomadi digitali contemporanei non siano freelance marginali, bensì lavoratori ad alta qualificazione spesso inseriti in aziende strutturate. La domanda che questo profilo esprime non è di turismo breve: dopo il 2020, la richiesta di soluzioni abitative stabili — co-living e appartamenti a medio termine — ha registrato un aumento significativo, mentre diminuiscono le conversazioni legate a soggiorni brevi e turismo veloce.
Non è quindi un fenomeno di passaggio, ma di radicamento temporaneo: una categoria diversa, con impatti economici strutturalmente diversi dal turismo tradizionale. Un numero crescente di policy maker e studiosi a livello globale sta riconoscendo nel nomadismo digitale una leva strategica per affrontare il crescente divario tra città sovraffollate e territori rurali segnati da spopolamento. Non è un’intuizione italiana: la Commissione Europea, nel programma Be.CULTOUR finanziato nell’ambito di Horizon 2020, ha identificato esplicitamente le piattaforme per nomadi digitali come strumento di rivitalizzazione delle destinazioni culturali europee remote e meno conosciute. Il PNRR italiano, nella misura “Attrattività dei borghi”, include esplicitamente tra le funzioni da insediare nei borghi storici le residenze per lavoratori in smart working e nomadi digitali. Questi non sono sogni: sono strumenti di policy basati su ricerca scientifica.
Sul “realismo” e i suoi confini
L’osservazione più acuta nell’articolo di risposta è quella sull’Università: Viterbo ha già un asset straordinario, spesso sottoutilizzato rispetto alle sue potenzialità. È un punto condivisibile, e andrebbe sviluppato con la stessa concretezza richiesta alle altre proposte. Ma questo rafforza, non indebolisce, la terza tesi: un’università attiva, con facoltà legate al territorio, è esattamente il tipo di ecosistema che rende una città attrattiva per lavoratori remoti qualificati — che cercano non solo coworking, ma stimoli culturali, interlocutori, comunità.
Il vero rischio del “realismo prudente”, quando diventa postura invece che metodo, è di confondere la lucidità sulla diagnosi con la rinuncia alla prognosi. Descrivere bene ciò che non funziona è necessario. Ma la letteratura scientifica che viene invocata a sostegno di quella visione si è, nell’ultimo quinquennio, spostata in modo significativo. E i dati, come si è visto, raccontano una storia diversa da quella che sembrava scritta trent’anni fa.
Il dibattito rimane aperto, e questo è un bene.

















