
VISTO DALLA GENERAZIONE Z – Quando sentiamo parlare di “libertà di stampa” il rischio è che ci sembri qualcosa di distante: una questione che riguarda governi autoritari, cronisti d’assalto, redazioni sotto assedio. Eppure questa libertà – che dovrebbe essere garantita e tutelata – è molto più fragile e più vicina di quanto immaginiamo. E soprattutto, riguarda anche noi.
Nel 2024, secondo il World Press Freedom Index di Reporter Senza Frontiere, l’Italia si trova al 46° posto su 180 Paesi per la libertà di stampa. Non è tra i peggiori, certo. Ma è anche ben lontana dalle prime posizioni, occupate da paesi del Nord Europa come Norvegia (1°), Danimarca (2°) e Svezia (3°), dove il giornalismo gode di maggiore autonomia, protezione e credibilità.
All’estremo opposto, troviamo contesti come l’Afghanistan, la Siria e l’Eritrea, dove informare può costare la libertà o persino la vita. Come si evince da questi dati, in tante parti del mondo ci sono giornalisti che vengono minacciati, incarcerati o uccisi per aver semplicemente fatto il loro lavoro. E anche nel nostro Paese chi si occupa di inchieste scomode si ritrova spesso isolato, minacciato o costretto a vivere sotto scorta. I giovani giornalisti faticano a trovare spazi per esprimersi liberamente, specialmente se non si allineano alle logiche della comunicazione immediata, sensazionalista e guidata dalla rincorsa al click.
Nel dibattito pubblico, si tende a confondere o separare eccessivamente la libertà di stampa e la libertà di pensiero. In realtà, le due dimensioni sono profondamente connesse. La prima garantisce che l’informazione circoli, che le voci più esperte, documentate e verificate possano raggiungere il pubblico senza censure. Ma affinché questa libertà abbia senso, è necessario che esista anche un pubblico capace di esercitare la propria libertà di pensiero in modo informato e critico.
Se i mezzi di comunicazione sono condizionati o impoveriti, ciò che leggiamo e commentiamo non è più informazione, ma opinione mascherata. E se chi riceve le notizie non è in grado di decifrarle, contestualizzarle o metterle in discussione, la libertà di stampa si svuota di significato. Libertà di informazione e di fruizione si alimentano a vicenda: se l’una viene meno, anche l’altra vacilla. Siamo la generazione dell’informazione… o della disinformazione?
Il 3 maggio è stata celebrata la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa. Ma che valenza ha questo concetto per noi, nati e cresciuti con internet in tasca? È qui che l’argomento si intreccia con un altro tema cruciale: la capacità di riconoscere l’informazione vera, indipendente, da quella manipolata o superficiale. Sì, abbiamo il mondo a portata di smartphone. Ma questo non vuol dire che siamo ben informati. Al contrario, la facilità con cui oggi si pubblica e si condivide tutto ha generato un ecosistema dove notizie vere e false si mescolano in modo quasi indistinguibile.
Secondo il Digital News Report 2024 del Reuters Institute, il 39% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si informa principalmente attraverso social media. Tuttavia, solo il 23% dichiara di fidarsi pienamente delle notizie che legge online. Viviamo con l’illusione di sapere tutto, mentre spesso riceviamo contenuti selezionati da algoritmi che ci chiudono in bolle informative. Queste ultime rafforzano le nostre opinioni, e le fake news fanno il resto. Uno dei pericoli più subdoli della nostra epoca è credere che l’informazione debba raggiungerci da sola, come fosse un altro contenuto da intrattenimento.
Ma se ci affidiamo a ciò che l’algoritmo ci propone, rischiamo di perdere l’autonomia del pensiero critico. In un mondo in cui
l’informazione è potere, lasciare che siano l’intelligenza artificiale o i trend virali a formarci è una forma di rinuncia. Al contrario, essere informati è, oggi più che mai, una scelta consapevole.
Quindi, cosa possiamo fare? Siamo la generazione più connessa di sempre, ma proprio per questo dovremmo imparare a essere
anche la più consapevole. Non basta leggere la prima cosa che ci capita sotto gli occhi e premere “condividi”. Informarsi è una scelta attiva. Dovremmo iniziare col fare una cosa semplicissima, ma ormai quasi rivoluzionaria: verificare le fonti. Chiederci da dove arriva una notizia, chi l’ha scritta, con che intenzione. Non tutto ciò che ha molti like o è raccontato con un montaggio accattivante è necessariamente vero o completo.
Vale la pena, ogni tanto, uscire dai soliti canali e scoprire le voci indipendenti: ci sono realtà editoriali piccole ma preziose, giornalisti e giornaliste freelance che fanno un lavoro serio e profondo, spesso lontano dai riflettori. Inoltre, parlare di ciò che leggiamo e confrontarci con chi ci sta attorno aiuta a rafforzare il nostro spirito critico. Perché l’informazione si trasforma davvero in consapevolezza quando smette di essere solo consumo passivo e diventa dialogo. E poi c’è un’altra cosa fondamentale: unire i puntini.
Le notizie non sono mai isole. Ogni evento è collegato ad altri, ogni crisi ha delle radici e delle conseguenze. Solo se ci abituiamo a guardare il quadro generale potremo davvero capire il mondo in cui viviamo. E forse, cambiarlo. La libertà di stampa è un bene prezioso, fragile, da difendere ogni giorno. Anche – e soprattutto- da chi consuma informazione in modo nuovo. Essere cittadini consapevoli significa anche questo: scegliere cosa ascoltare, cosa condividere, e perché. Non basta essere connessi. Serve essere presenti, lucidi, attenti. Serve avere fame di verità. Siate affamati, siate folli.


















