
Le dimissioni di Raffaella Valeri sono, volenti o nolenti, la più brutta fotografia che si potesse fare ad una amministrazione pubblica. Alla politica tout-court. Sono dimissioni che ci spiegano di quanto ci siamo rassegnati di fronte al modo in cui si fa politica a Viterbo, come in Italia.
Raffaella Valeri ieri ci ha raccontato di essere finita dentro un gioco più grande di lei, di essere finita nel tritacarne della politica, di essere finita in mezzo a giochi di potere che non ha mai cercato (leggi qui la sua intervista). Raffaella Valeri ha detto parole molto dure. Parole tanto dure, quanto credibili data la sua provenienza. Raffaella Valeri, al contrario di molti altri, era in politica per passione, per davvero. Non cercava tornaconti personali, ma solo di suggellare un percorso di impegno civico che andava avanti da tempo.
Non voglio entrare nel merito di quanto abbia fatto bene (o meno) il suo lavoro durante il mandato a Palazzo dei Priori, perché di questo nessuno se n’è interessato. Nemmeno il sindaco Leonardo Michelini o gli altri partiti della maggioranza quando hanno iniziato a chiedere la sua testa per sbranarla e per prendersi il suo posto.
Io voglio soffermarmi sulle sue parole. Perché le parole di Raffaella Valeri, sono la perfetta fotografia di quello che sono la politica locale e l’amministrazione cittadina oggi, ma sono anche la cartina di tornasole di quello che siamo ormai diventati tutti noi. Incapaci di scandalizzarci. Incapaci di avere uno scatto di orgoglio. Incapaci di reagire di fronte a parole così dure.
Come non abbiamo reagito noi, non ha reagito nemmeno (e soprattutto) il sindaco Michelini (che ha mandato una nota nella quale la saluta formalmente senza far il minimo accenno alle sue considerazioni), né Paolo Moricoli, suo compagno di viaggio oggi ormai abbracciato dalla confederazione civica popolar-fioroniana, né tantomeno nessun consigliere o partito di maggioranza. Le sue parole, sono ancora lì, dure come pietre, a raccontare cosa sia la politica e nessuno è stato capace ancora di leggerle né di affrontare a viso scoperto la verità che portano.

















