

EDITORIALE – C’è una povertà che non fa rumore. Non si vede nelle statistiche, non occupa le prime pagine, non si racconta facilmente. Eppure attraversa le strade anche del Viterbese: entra nelle case, abita i silenzi. Non è più soltanto la povertà che conoscevamo. Non è solo la mancanza di reddito, di lavoro, di beni essenziali. È qualcosa di più complesso, più stratificato, più difficile da riconoscere. È una povertà che ha molti volti.
C’è quella economica, certo. Famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, pensioni che non bastano, lavori precari che non garantiscono stabilità. Ma accanto a questa, cresce una povertà diversa, che spesso resta invisibile. È la povertà lavorativa: persone che lavorano e restano comunque povere. È la povertà abitativa: case che diventano un peso, tra affitti, mutui e bollette. È la povertà energetica, che si misura nel freddo d’inverno e nel caldo d’estate, quando accendere o spegnere un impianto diventa una scelta.
Poi c’è la povertà sociale. Forse la più diffusa nella Tuscia. Ha il volto degli anziani soli, dei piccoli comuni che si svuotano, delle relazioni che si assottigliano. È la povertà di chi non ha più nessuno con cui parlare, di chi vive ai margini senza essere “visibilmente” povero. C’è poi la povertà educativa, che riguarda i giovani. Non sempre è mancanza di scuola, ma spesso è mancanza di opportunità, di stimoli, di orizzonti. È quella che spinge molti ad andare via. E ogni partenza è una perdita doppia: per chi se ne va e per il territorio che resta.
Accanto a queste, nella Tuscia si afferma sempre più chiaramente anche una povertà che riguarda i cittadini stranieri e le persone di origine immigrata. Non è una povertà diversa dalle altre, ma spesso è più esposta, più fragile. È la povertà di chi lavora nei settori più precari – agricoltura, servizi, assistenza – con salari bassi e scarse tutele. È la povertà di chi fatica ad accedere alla casa, spesso costretto a soluzioni abitative temporanee o inadeguate. È la povertà di chi incontra ostacoli nell’accesso ai servizi, per barriere linguistiche, burocratiche o semplicemente per mancanza di orientamento. Ma è anche, e forse soprattutto, una povertà relazionale. Perché chi arriva da un altro Paese spesso non ha una rete familiare, non ha relazioni consolidate, non ha qualcuno che lo accompagni. E senza relazioni, ogni difficoltà pesa di più. Eppure, proprio queste presenze tengono in equilibrio il territorio. In una Tuscia segnata dall’invecchiamento e dallo spopolamento, sono spesso le famiglie straniere a riempire le scuole, a lavorare nei servizi, a sostenere pezzi interi dell’economia locale.
Infine, c’è una povertà che riguarda tutti, anche chi non si considera povero: quella territoriale e demografica. I borghi che si svuotano, i centri storici che perdono vita, le comunità che si assottigliano. È una povertà lenta, ma profonda, che incide sul futuro. La verità è che queste povertà non stanno mai da sole. Si intrecciano. Si sommano. Si alimentano a vicenda. Una persona può avere un lavoro ma vivere sola. Può avere una casa ma non riuscire a mantenerla. Può avere una pensione ma nessuna relazione. Può essere arrivata da lontano e trovarsi senza punti di riferimento. Può avere un titolo di studio ma nessuna prospettiva.
È questa la nuova povertà della Tuscia: una povertà multidimensionale, che non si lascia ridurre a un numero. Allora la domanda cambia. Non è più: quante persone sono povere? Ma: in che modo lo sono? E soprattutto: chi se ne accorge? Perché il rischio più grande non è solo la povertà. È l’indifferenza. È l’abitudine. È lo sguardo che smette di vedere. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non solo con politiche pubbliche – necessarie – ma con una ricostruzione delle relazioni, delle comunità, dei luoghi. Con la capacità di accompagnare, di ascoltare, di esserci. Perché nel Viterbese, oggi, la povertà non è solo una questione economica. È una questione umana.


















