

EDITORIALE – C’è una verità che nella Tuscia continuiamo a nascondere dietro i convegni, gli slogan e le dichiarazioni di circostanza: i giovani non se ne vanno perché “vogliono fare esperienze”. Se ne vanno perché questo territorio, da anni, non è stato capace di costruire condizioni dignitose per farli restare e questa non è una fatalità. È il risultato di precise scelte politiche. O peggio: della mancanza totale di una visione politica.
L’Europa, con la Strategia per la gioventù 2019-2027, afferma che i giovani devono partecipare alle decisioni che li riguardano. Devono essere coinvolti nella costruzione delle politiche pubbliche. Ma nella Tuscia accade l’esatto contrario: i giovani vengono evocati continuamente nei discorsi ufficiali e quasi mai ascoltati davvero. Sono diventati la categoria più utilizzata retoricamente e la meno rappresentata concretamente. Si organizzano eventi “per i giovani”, tavoli “sui giovani”, bandi “dedicati ai giovani”, ma poi le decisioni vere continuano a essere prese senza di loro e spesso contro i loro bisogni reali.
Il problema è che da troppo tempo la politica locale si limita ad amministrare il presente senza progettare il futuro. Si preferisce inaugurare qualcosa che faccia fotografia e consenso immediato invece di investire in processi lunghi, strutturali, capaci di cambiare davvero il territorio. Nel frattempo la Tuscia continua a spendere soldi pubblici per formare ragazzi che poi saranno costretti a produrre ricchezza altrove. Scuole, università, famiglie, associazioni costruiscono competenze, professionalità, energie. Poi arriva il momento decisivo e il territorio si svuota improvvisamente di possibilità: pochi lavori qualificati, salari insufficienti, precarietà cronica, assenza di prospettive. Troppi giovani vengono ancora trattati come forza lavoro a basso costo. Stage infiniti, collaborazioni fragili, false partite IVA, lavori sottopagati spacciati per opportunità. E guai a lamentarsi: viene subito raccontata la favola tossica del “fare gavetta”. Ma qui non siamo più davanti alla gavetta. Siamo davanti alla normalizzazione della precarietà.
La verità è che nella Tuscia manca una strategia economica moderna. Per anni si è parlato di turismo come soluzione universale senza costruire un modello capace di generare occupazione stabile e qualificata. Si è celebrata l’università senza creare attorno a essa un ecosistema produttivo in grado di trattenere laureati, ricercatori, creativi, innovatori. Si è preferito consumare il territorio invece di svilupparlo. Ma il fallimento non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda anche la qualità stessa della vita sociale e culturale offerta ai giovani. Mancano spazi veri. Spazi accessibili. Spazi vivi. Interi edifici pubblici restano chiusi, inutilizzati, lasciati al degrado mentre i ragazzi non hanno luoghi dove incontrarsi, suonare, leggere, studiare, creare, fare cultura senza dover continuamente consumare qualcosa.
La politica locale parla di aggregazione e poi lascia marcire immobili che potrebbero diventare biblioteche moderne, coworking pubblici, centri culturali permanenti, laboratori artistici, sale musicali, incubatori di impresa. Si preferisce finanziare eventi di pochi giorni invece di costruire infrastrutture sociali permanenti. Anche la cultura viene ormai trattata come vetrina temporanea, non come strumento quotidiano di crescita collettiva. I centri storici si accendono per qualche manifestazione e poi tornano spesso al vuoto, al degrado, alla desertificazione commerciale e relazionale. Dentro questo vuoto cresce un’altra forma di fragilità: quella di giovani che finiscono per rifugiarsi in esistenze sempre più virtuali, chiusi in relazioni digitali che spesso sostituiscono quelle reali. Non perché lo preferiscano davvero, ma perché il territorio offre sempre meno luoghi autentici di socialità accessibile. Nel frattempo il problema abitativo viene ignorato quasi completamente. Affitti alti, poche soluzioni per giovani coppie, assenza di politiche abitative moderne. Eppure senza casa non esiste autonomia, senza autonomia non esiste futuro.
La cosa più grave è che tutto questo viene raccontato come inevitabile. Come se fosse normale perdere generazioni intere. Come se un territorio potesse sopravvivere esportando continuamente i propri giovani migliori. Ma un territorio che forma ragazzi per regalarli ad altri non è un territorio virtuoso. È un territorio che sta fallendo la propria funzione storica, sociale ed economica. Perché dove i giovani non riescono a restare, lentamente si spegne tutto: nascite, innovazione, creatività, impresa, partecipazione, comunità. La Tuscia oggi è davanti a una scelta netta: continuare a vivere di retorica e piccoli interventi senza visione, oppure avere finalmente il coraggio di ripensare radicalmente il proprio modello di sviluppo.
Perché il tempo delle parole è finito. Ogni anno perso significa altri ragazzi costretti a partire, altre energie disperse, altro futuro regalato altrove.


















