


EDITORIALE – Il Viterbese sa riconoscersi nelle proprie feste religiose, riempie piazze e chiese, custodisce processioni, santuari e tradizioni, riesce a stringersi intorno alla Macchina di Santa Rosa e a raccontarsi come una comunità unita da una storia cristiana profonda, poi però, terminata la celebrazione, torna spesso a prevalere una regola assai meno evangelica: è bene ciò che serve a me, è male ciò che limita la mia convenienza. Il rispetto delle regole viene invocato quando deve riguardare il vicino, la tutela del paesaggio quando impedisce il progetto altrui, la solidarietà quando non comporta un costo personale, mentre ciò che ostacola il parcheggio sotto casa, l’interesse economico, il piccolo privilegio o la relazione politica giusta diventa improvvisamente inutile, esagerato oppure rinviabile.
Non c’è bisogno di idealizzare il passato, perché la morale cattolica trasmessa per decenni anche nei paesi della Tuscia è stata spesso filtrata da un’interpretazione clericale rigida, attentissima alla sessualità, alle apparenze familiari e all’obbedienza, molto meno severa davanti alle ingiustizie sociali, allo sfruttamento, al potere e alle complicità locali. Ha generato sensi di colpa e comportamenti esteriori, inducendo talvolta a nascondere ciò che veniva considerato sconveniente anziché comprenderlo, ma la liberazione da quella morale opprimente non ha prodotto automaticamente coscienze più adulte, ha lasciato in molti casi un vuoto riempito dall’interesse individuale.
Quel vuoto si vede nel rapporto con i beni comuni, quando si pretende una città pulita ma si abbandona un rifiuto, si chiedono strade sicure ma si occupa un marciapiede con l’automobile, si difendono anziani e persone con disabilità nei discorsi ma si parcheggia davanti a uno scivolo, si invoca la rinascita dei centri storici continuando a considerare intollerabile percorrere qualche metro a piedi. Si vede anche quando amministratori e cittadini giudicano un’opera, un finanziamento o una manifestazione non in base all’utilità collettiva, ma alla rete di appartenenze, alle amicizie, al ritorno elettorale o al vantaggio della propria categoria.
La stessa logica attraversa il territorio, perché tutti dichiarano di amare la Tuscia, i suoi laghi, le campagne, i boschi e i borghi, ma la difesa dell’ambiente diventa più debole quando chiede di limitare un profitto, rinunciando a nuovo cemento, modificare un’attività produttiva o controllare seriamente l’uso dell’acqua. Il bene comune viene celebrato finché rimane astratto, quando invece pretende un limite alla proprietà, al consumo o alla rendita viene accusato di ostacolare lo sviluppo, come se lo sviluppo coincidesse necessariamente con il guadagno immediato di qualcuno e non con la qualità futura della vita di tutti.
È proprio qui che il Vangelo e i Comandamenti, liberati dalle deformazioni moralistiche, possono tornare a parlare anche a una società moderna e pluralista. Non rubare riguarda anche l’evasione, l’uso privato delle risorse pubbliche, il lavoro pagato male e i finanziamenti distribuiti senza risultati verificabili; non dire falsa testimonianza investe le menzogne diffuse sui social, la distruzione della reputazione e le promesse elettorali dimenticate; non uccidere significa anche non creare condizioni che espongono altri a pericoli evitabili; mentre amare il prossimo impone di riconoscere diritti perfino quando riducono la nostra comodità.
Il buon Samaritano offre ai viterbesi una lezione più moderna di molte campagne istituzionali, perché non domanda alla persona ferita da dove venga, per chi voti, quale religione professi o se un giorno potrà restituire il favore: semplicemente interrompe il proprio viaggio e si assume un costo. Il cuore della morale evangelica sta esattamente in quel gesto, fare ciò che è giusto anche quando non conviene, riconoscendo nell’altro una dignità che viene prima delle appartenenze e degli interessi.
Questi principi non appartengono soltanto a chi crede, perché dignità della persona, giustizia, cura dei deboli e limite all’interesse possono fondare anche un’etica laica e democratica. Una morale moderna ispirata al Vangelo non richiede uno Stato confessionale né il parroco come sorvegliante delle vite private: chiede a credenti e non credenti di giudicare i comportamenti dalle conseguenze sugli altri. Nella Tuscia significa amministrare con trasparenza, valutare i finanziamenti dai risultati, utilizzarli per il bene comune e non per quello personale, tutelare il territorio, pagare correttamente il lavoro e costruire servizi accessibili nei paesi più lontani.
Il Viterbese non ha bisogno di aggiungere altri simboli cristiani a quelli che possiede, ha bisogno di prendere sul serio quelli già presenti. Se la devozione non cambia il modo in cui trattiamo il vicino, il lavoratore, il povero, il forestiero, la persona fragile e il bene pubblico, rimane una rappresentazione identitaria, forse emozionante ma moralmente innocua. La fede comincia quando la convenienza finisce; tutto ciò che viene prima può essere tradizione, appartenenza e perfino spettacolo, ma non è ancora Vangelo.

















