
EDITORIALE – In Tuscia il dissesto idrogeologico non è un evento eccezionale: è una condizione strutturale. Frane, smottamenti, allagamenti, esondazioni si ripetono con una regolarità che ormai non sorprende più nessuno. Eppure, ogni volta, la narrazione pubblica torna a parlare di maltempo, di piogge straordinarie, di fatalità. Come se il territorio fosse improvvisamente impazzito, e non invece il risultato di decenni di scelte sbagliate.
Il problema non è la pioggia. Il problema è dove e come cade, e soprattutto su quale territorio. La Tuscia è un’area naturalmente delicata: colline tufacee, versanti instabili, corsi d’acqua minori che reagiscono rapidamente alle precipitazioni intense. È una fragilità nota da secoli, che avrebbe richiesto cura, manutenzione, rispetto. È accaduto l’opposto.
L’espansione edilizia disordinata, l’abbandono delle campagne, la scomparsa della manutenzione ordinaria di fossi e scarpate, l’impermeabilizzazione del suolo hanno progressivamente ridotto la capacità del territorio di assorbire e rallentare l’acqua. Così, ogni pioggia intensa diventa una minaccia. Quando il terreno è saturo, i versanti cedono. Quando i fossi non sono puliti, l’acqua cerca nuove strade. Quando le aree naturali di espansione vengono occupate, il rischio si sposta direttamente sulle persone.
L’esondazione del Tevere nel tratto viterbese è l’esempio più evidente di questo meccanismo. Il fiume non fa altro che seguire la sua natura, ma trova un contesto profondamente alterato. Nel territorio di Orte e lungo la Valle del Tevere, l’acqua incontra infrastrutture, insediamenti, nodi logistici costruiti in aree che storicamente erano destinate ad accogliere le piene. Il risultato è sempre lo stesso: allagamenti, isolamento di quartieri e stazioni, interruzione dei collegamenti ferroviari e stradali, danni economici e sociali che si ripetono senza che nulla cambi davvero.
Il fiume diventa così il bersaglio, quando in realtà è solo il messaggero di un equilibrio spezzato. Separare i fenomeni è un errore. Le frane nei centri collinari, gli smottamenti lungo le strade provinciali, le esondazioni dei corsi d’acqua sono manifestazioni diverse della stessa crisi territoriale. Una crisi aggravata da tre fattori ricorrenti: assenza di manutenzione ordinaria; pianificazione urbanistica che ignora la pericolosità reale; interventi emergenziali che arrivano solo dopo il disastro.
Si interviene quando una strada crolla, non quando mostra i primi segni di cedimento. Si stanziano fondi quando una casa è allagata, non quando si costruisce in una zona a rischio. È una logica che rincorre i danni invece di prevenirli. In Tuscia non è la natura a essere “cattiva”. È l’uomo ad aver rotto i meccanismi di equilibrio. Il dissesto idrogeologico non è un castigo, ma un conto che viene presentato: per l’abbandono del territorio, per l’uso predatorio del suolo, per l’idea che ogni spazio sia edificabile e ogni rischio gestibile a posteriori con fondi pubblici.
Il cambiamento climatico rende tutto più rapido e violento, ma non inventa il problema. Lo amplifica. E un territorio già fragile diventa così estremamente vulnerabile. La vera risposta al dissesto in Tuscia non sta in nuove colate di cemento o in argini sempre più alti,
ma in una scelta più radicale: riconoscere i limiti del territorio. Serve restituire spazio ai fiumi, fermare l’edificazione nelle aree a rischio, investire seriamente nella manutenzione diffusa, ricucire il rapporto tra comunità e ambiente. Soprattutto, serve uscire dalla cultura dell’emergenza permanente, che normalizza il disastro e lo rende accettabile. Perché quando frane ed esondazioni diventano “normali”, il dissesto non è più solo idrogeologico. È politico, culturale e civile.


















