

IL DOMENICALE / EDITORIALE – La Tuscia brucia, ma non soltanto perché il clima è cambiato, brucia perché per anni abbiamo costruito il caldo. Abbiamo steso asfalto, allargato parcheggi, sigillato piazze e marciapiedi, tagliato alberi maturi e rinviato le nuove alberature. Poi, quando arriva l’estate, amministratori ed enti alzano gli occhi al cielo come se il caldo fosse una disgrazia improvvisa e senza responsabili.
Non è così. Ogni metro quadrato impermeabilizzato trattiene calore e respinge l’acqua, ogni parcheggio lasciato senza alberi diventa una piastra rovente, ogni fermata dell’autobus senza ombra è una condanna per anziani, studenti e pendolari, ogni piazza rifatta come una distesa minerale è una scelta precisa. La Tuscia non è soltanto vittima del cambiamento climatico, è vittima di un modello urbano che ha asfaltato il problema invece di affrontarlo.
In questi anni si sono trovati soldi per rifare strade, cordoli, rotatorie e parcheggi. Molto più difficile è stato trovare volontà, continuità e manutenzione per piantare alberi veri, farli crescere e proteggerli. L’asfalto si inaugura subito, l’albero chiede tempo. Il cemento produce una fotografia pronta per il comunicato stampa, l’ombra richiede programmazione. È anche per questo che si preferisce la prima soluzione e si rimanda la seconda.
Intanto il Comune accusa il gestore, il gestore invoca la Regione, la Regione pubblica un bando. Le società dell’acqua, dell’energia, del gas e delle telecomunicazioni aprono cantieri senza una regia comune. Una strada viene asfaltata e poco dopo riaperta, un marciapiede sistemato e poi demolito, un albero piantato sopra una condotta e infine abbattuto. Non è fatalità, è amministrazione senza governo, nella quale la competenza è diventata l’alibi dell’irresponsabilità.
La Regione Lazio deve smettere di limitarsi a distribuire finanziamenti e iniziare a imporre una strategia. Nessuna strada dovrebbe essere rifatta senza verificare prima acquedotti, fognature, cavi, alberature e drenaggio; nessuna piazza dovrebbe ricevere denaro pubblico senza una quota obbligatoria di ombra e superfici permeabili; nessun parcheggio dovrebbe essere autorizzato come una colata nera; nessuna scuola, stazione o struttura sanitaria dovrebbe restare circondata dal cemento.
Serve una regola semplice che stabilisca che chi aggiunge asfalto deve togliere asfalto altrove; chi abbatte un albero deve sostituirlo con piante adeguate e garantirne la sopravvivenza; chi occupa il sottosuolo pubblico deve contribuire alla rigenerazione della superficie. Non bastano compensazioni scritte nei progetti, occorrono risultati visibili, misurabili e controllati.
Anche i sindaci della Tuscia devono finirla con le piantumazioni da cerimonia. Non conta quanti alberi vengono annunciati a marzo, ma quanti sono vivi dopo cinque estati. Un albero secco con il tutore ancora legato non è ambientalismo fallito, è denaro pubblico sprecato. La sostenibilità non si misura con le conferenze, ma con i metri quadrati depavimentati, le strade ombreggiate, le chiome cresciute, l’acqua raccolta e le temperature abbassate.
Le soluzioni esistono e non hanno nulla di rivoluzionario: alberature stradali continue, microforeste urbane, giardini della pioggia, pavimentazioni drenanti, pensiline verdi, tetti ombreggiati, bacini di raccolta e parcheggi coperti da alberi o strutture fotovoltaiche. Non sono capricci ecologisti, sono opere pubbliche essenziali in un territorio che affronta insieme caldo, siccità e piogge violente.
Anche il gestore idrico deve assumersi le proprie responsabilità. In una provincia che soffre la siccità non è accettabile disperdere l’acqua piovana, lasciare che le strade si allaghino e poi usare acqua potabile per irrigare. Le aziende di trasporto devono smettere di lasciare le persone sotto il sole, le società energetiche devono contribuire a creare ombra e produrre energia, Anas, Astral e ferrovie devono trasformare rotatorie, scarpate e fasce di rispetto in corridoi verdi, non abbandonarle come terre di nessuno.
Deve finire la liturgia dei tavoli senza poteri, dei protocolli senza obblighi e delle cabine di regia buone soltanto per le fotografie. La collaborazione deve diventare vincolante. Chi apre una strada deve coordinarsi con gli altri gestori, chi impermeabilizza deve compensare, chi incassa tariffe e usa il suolo pubblico deve mettere risorse. Non si possono privatizzare i ricavi e scaricare sui cittadini il costo del caldo, degli allagamenti e delle opere rifatte.
Regione, Comuni e gestori rendano pubblici pochi numeri, ma veri, rendano noti quanti alberi sono sopravvissuti, quanta superficie è stata liberata dall’asfalto, quanta acqua piovana è stata recuperata, quante fermate sono state ombreggiate, quante strade non sono state riaperte dopo pochi mesi. Tutto il resto è propaganda verde.
La Tuscia non può continuare a essere ostaggio di amministratori che scoprono il caldo ogni estate e gli allagamenti a ogni temporale. Le città roventi non sono un destino inevitabile, sono il risultato di ciò che è stato fatto e di ciò che non si è voluto fare, cioè asfaltare invece di alberare, cementare invece di drenare, tagliare invece di curare, inaugurare invece di programmare. La Tuscia brucia perché abbiamo costruito calore e rinunciato all’ombra, e questa non è una fatalità climatica, è una responsabilità politica.


















