

EDITORIALE / IL DOMENICALE -La candidatura di Viterbo e della Tuscia a Capitale Europea della Cultura 2033 rappresenta un’occasione straordinaria, ma proprio perché è straordinaria impone una domanda che non possiamo evitare. Che cosa significa, oggi, essere una Capitale della Cultura?
Se pensiamo che bastino qualche mostra in più, qualche concerto, qualche restauro e un calendario ricco di eventi, rischiamo di ridurre questa sfida a una semplice operazione di promozione turistica. Sarebbe un errore. La cultura è molto di più, è il modo in cui una comunità immagina il proprio futuro, la capacità di trasformare un territorio in un luogo più bello, più giusto, più sostenibile e più umano. È il coraggio di affrontare i grandi cambiamenti del nostro tempo senza rinunciare alla propria identità.
Per questo il Domenicale vuole accompagnare la candidatura con una riflessione diversa. Non ci limiteremo a raccontare gli appuntamenti culturali, cercheremo di ragionare su quale Tuscia vogliamo consegnare alle prossime generazioni.
Parleremo di città che imparano a convivere con il cambiamento climatico, progettando giardini che raccolgono l’acqua invece di respingerla, parleremo degli alberi non come elementi di arredo urbano, ma come infrastrutture essenziali per la salute, il clima e la qualità della vita. Rifletteremo sulla mobilità lenta, perché un territorio ricco come il nostro non deve essere attraversato velocemente, ma vissuto con il tempo necessario per comprenderne la storia, incontrarne le persone e sostenere la sua economia. Ci soffermeremo sul paesaggio, che è forse la più grande opera d’arte collettiva della Tuscia, un’opera costruita nei secoli da contadini, artigiani, monaci, agricoltori e comunità che hanno saputo modellare il territorio senza cancellarne l’anima. Ma parleremo anche di scuole, di biblioteche, di spazi pubblici, di imprese culturali, di innovazione tecnologica, di partecipazione civica, di inclusione sociale, di comunità energetiche, di turismo sostenibile e di tutte quelle scelte che fanno di una città un luogo capace di guardare lontano.
Perché la cultura non coincide con gli spettacoli, gli spettacoli finiscono, la cultura resta. Resta nel modo in cui progettiamo una piazza, nel numero degli alberi che piantiamo, nella cura che dedichiamo ai sentieri, nella qualità delle nostre scuole, nella bellezza dei quartieri, nella capacità di accogliere chi arriva e di offrire opportunità a chi sceglie di restare.
La vera sfida della candidatura non sarà solo convincere una giuria europea, sarà convincere noi stessi che il 2033 non è un solo traguardo, ma una tappa importante di un percorso di trasformazione, che inizia da subito.
Per riuscirci serve una visione condivisa. Le istituzioni avranno naturalmente un ruolo decisivo, ma una Capitale Europea della Cultura non nasce nei palazzi comunali, nasce quando un insegnante apre la scuola al territorio, quando un’associazione recupera un sentiero, quando un’impresa investe nella bellezza del luogo in cui opera, quando un agricoltore tutela il paesaggio, quando una famiglia pianta un albero pensando ai propri figli, quando un giovane decide di impegnarsi per migliorare il quartiere in cui vive.
È questo il significato più profondo della parola cultura, assumersi una responsabilità verso il futuro.
La Tuscia possiede tutte le condizioni per diventare un modello europeo. Ha una storia millenaria, un patrimonio artistico straordinario, paesaggi unici, un’università, imprese creative, un’agricoltura di qualità, una rete di associazioni vivace e una comunità che, quando viene coinvolta, sa esprimere energie sorprendenti. Quello che ancora manca è un grande racconto capace di tenere insieme tutte queste ricchezze. Nei prossimi mesi proveremo a costruirlo. Non con la pretesa di avere tutte le risposte, ma con la convinzione che la candidatura a Capitale Europea della Cultura rappresenti un’opportunità irripetibile per aprire un dibattito pubblico sul futuro della Tuscia, perché la cultura non consiste soltanto nel conservare ciò che abbiamo ricevuto, consiste soprattutto nell’avere il coraggio di lasciare a chi verrà dopo di noi una Tuscia più bella, più verde, più accogliente, più intelligente e più unita di quella che abbiamo ereditato.
Se riusciremo in questo, il titolo di Capitale Europea della Cultura sarà certamente importante, ma avremo ottenuto qualcosa di ancora più prezioso, avremo imparato a costruire insieme il nostro futuro.




















