

EDITORIALE / IL DOMENICALE – (Foto Maurizio Di Giovancarlo) Viviamo probabilmente nell’epoca più ricca di immagini che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi fotografie, video, schermi, opere digitali e immagini generate dall’intelligenza artificiale, ne vediamo così tante da rischiare di non guardarle più davvero.
Più le immagini aumentano, meno tempo dedichiamo a comprenderle. Le consumiamo come consumiamo le notizie: rapidamente, superficialmente, passando subito alla successiva. Lo sguardo si abitua a scorrere, non a contemplare; a registrare, non a interpretare, tutta la storia dell’arte ci insegna che vedere è molto diverso dal semplice guardare. Guardare è un gesto fisico, vedere è un esercizio dell’intelligenza, della sensibilità e della coscienza, è questa la prima lezione delle arti visive.
Un dipinto non è soltanto un insieme di colori, una scultura non è semplicemente un blocco di marmo modellato, una fotografia non è solo la riproduzione di un istante, ogni opera racconta una storia, ogni immagine contiene una domanda, ogni artista propone un modo diverso di leggere la realtà, per questo le arti visive non appartengono solo agli artisti, ai critici o agli storici dell’arte, appartengono a tutti noi, perché aiutano ciascuno a comprendere meglio il tempo in cui vive.
Ogni civiltà ha lasciato immagini prima ancora che libri. Le pitture rupestri raccontavano il rapporto dell’uomo con la natura, gli Etruschi hanno affidato alle loro tombe una visione della vita e della morte, i mosaici bizantini parlavano della trascendenza, mentre le cattedrali medievali erano vere e proprie “Bibbie di pietra”, costruite per insegnare anche a chi non sapeva leggere. Il Rinascimento ha posto l’uomo al centro della scena, mentre le avanguardie del Novecento hanno cercato di rappresentarne l’interiorità, le inquietudini e i sogni.
Anche la Tuscia è un grande racconto per immagini. Viviamo in un territorio che è un autentico museo a cielo aperto. Chiese affrescate, palazzi rinascimentali, borghi medievali, siti archeologici, piazze e fontane custodiscono una straordinaria eredità artistica, però, proprio perché ci viviamo dentro, rischiamo di attraversarla senza più accorgercene. Parlare di arti visive significa allora educare lo sguardo, significa imparare a distinguere il bello dal banale, il profondo dal superficiale, l’autentico da ciò che colpisce soltanto per un istante, è una competenza ancora più preziosa oggi, mentre l’intelligenza artificiale è capace di creare immagini sorprendenti in pochi secondi.
La tecnologia offre opportunità straordinarie, ma pone anche una domanda decisiva: che cosa rende davvero umana un’immagine? La risposta non sta nella perfezione tecnica, ma nell’esperienza, nell’intenzione e nella storia che quell’immagine porta con sé. Una macchina può combinare forme e colori, un artista trasforma in immagine un’emozione, una memoria, una ricerca interiore. È questo che rende un’opera irripetibile.
Le arti visive ci ricordano, in fondo, che dietro ogni immagine c’è sempre molto di più di ciò che appare, è forse questa la missione dell’arte: non mostrarci semplicemente il mondo, ma insegnarci a guardarlo con occhi nuovi.
Con questo spirito nasce la nuova rubrica del Domenicale dedicata alle arti visive. Sarà un invito a rallentare il passo, a osservare con maggiore attenzione e a lasciarsi sorprendere da ciò che troppo spesso passa inosservato. Perché imparare a vedere significa anche imparare a conoscere meglio noi stessi e il territorio in cui viviamo.
Per accompagnarci in questo percorso abbiamo chiesto la collaborazione di Massimo De Angelis, artista della Tuscia, che metterà la sua esperienza e la sua sensibilità al servizio dei lettori. Attraverso i suoi contributi cercheremo di rendere il linguaggio dell’arte accessibile a tutti, anche a chi non ha mai studiato storia dell’arte. Impareremo a leggere dipinti, sculture e affreschi non come semplici opere da ammirare, ma come racconti della storia dell’uomo, della sua spiritualità, delle sue paure, delle sue speranze e della sua inesauribile ricerca della bellezza. Perché l’arte appartiene davvero a tutti, bisogna solo concedersi il tempo di fermarsi, osservare e imparare, ancora una volta, a vedere.




















