
Ho letto l’articolo del professor Mattioli (leggi qui). L’ho riletto. E c’è qualcosa che non mi torna. Mi sono ritrovato a pensare a quei dirigenti delle industrie del tabacco che negli anni Novanta giuravano in tribunale di non sapere che le sigarette facessero male. Stessa aria. Stessa eleganza. Stesso problema.
Capisco il fascino dell’argomento: “Non e colpa del coltello, e colpa di chi lo usa”. E una di quelle frasi che suonano sagge, fanno sentire equilibrati, e soprattutto non costringono a fare nulla di concreto. Perfetta per un editoriale. Molto meno utile per capire cosa sta succedendo davvero. Perchè la tecnologia non e mai neutrale. Mai. Ogni piattaforma, ogni algoritmo, ogni pulsante messo lì dove lo mettono è il risultato di una scelta. E le scelte dei social media non sono state pensate per renderci più informati, più felici o più liberi, ma per tenerci attaccati allo schermo il più a lungo possibile. Perché? Perché lì ci sono i soldi.
Fin qui, si può anche accettare. Il capitalismo funziona così, lo sappiamo. Il problema è quando questo meccanismo viene usato per venderci cose che ci fanno male. E qui smetto di essere astratto e comincio a fare nomi. Cibo spazzatura. I bambini tra i 9 e gli 11 anni che vedono i loro influencer preferiti sgranocchiare snack su Instagram mangiano più spazzatura. Non perché siano stupidi. Non perché i genitori abbiano fallito. Ma perché quei contenuti sono stati costruiti apposta, con cura, con budget, con psicologi pagati bene, per produrre esattamente quel risultato. Sigarette elettroniche. Su TikTok i contenuti che promuovono il vaping sono cresciuti per anni, spesso camuffati in modo da non essere riconosciuti dai filtri della piattaforma. Non è un incidente. E’ una strategia. E funziona: chi ci è esposto fuma di più e percepisce meno rischi. Se qualcuno avesse fatto la stessa cosa con i cartelloni pubblicitari avremmo già chiamato l’Antitrust.
Alcol, gambling, scommesse. Le pubblicità arrivano nel momento giusto, alla persona giusta, con il messaggio giusto. Merito dell’intelligenza artificiale, che ha imparato a conoscerci meglio di quanto ci conosciamo noi. Ricercatori australiani hanno monitorato le sessioni online di bambini dagli 8 anni in su e hanno trovato una costante: quando i minori sono online, vengono sistematicamente bombardati di pubblicità di gioco d’azzardo e alcool. Non qualche volta. Sistematicamente. Ma torniamo all’argomento preferito di chi non vuole sentire queste cose: “Basta imparare a usarli bene”. Lo dico con tutto il rispetto possibile: è una risposta che si può permettere chi non ha mai guardato in faccia come funzionano davvero queste macchine. Le aziende tecnologiche assumono psicologi comportamentali, neuroscienzati, esperti di economia comportamentale. Il loro lavoro, letteralmente, e trovare le falle nel nostro modo di pensare e sfruttarle. E noi dovremmo difenderci con la forza di volontà e qualche corso di media literacy?
Il paragone con l’automobile lo conosco. Lo usano sempre. “Anche la macchina sembrava pericolosa, e poi abbiamo imparato a convivere”. Giusto. Ma ci siamo arrivati con le cinture di sicurezza obbligatorie, i limiti di velocita, le patenti, i collaudi. Anni di regole pensate per proteggere le persone. I social media, invece, li abbiamo lanciati su tre miliardi di persone prima di porci qualsiasi domanda seria. E le conseguenze si vedono.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dovuto costruire un suo sistema di intelligenza artificiale per monitorare le pubblicità di tabacco e alcol rivolte ai minori online, perché le piattaforme non lo facevano. O non volevano farlo. Nel 2025 è partito il primo grande processo legale contro i colossi dei social, costruito sullo stesso schema dei processi contro Big Tobacco negli anni Novanta. L’accusa è semplice: sapevano dei danni e hanno scelto di non agire.
Capisce, professor Mattioli, che non sto dicendo che internet sia il male assoluto. Sto dicendo una cosa molto più banale: quando un sistema è progettato per massimizzare il profitto indipendentemente dalle conseguenze sulla salute delle persone, e soprattutto dei bambini, non
possiamo cavarcela dicendo “usatelo con giudizio”. Quella non è una risposta. E’ una resa. Il coltello non è innocente quando e stato forgiato apposta per tagliare in una direzione sola, distribuito senza istruzioni di sicurezza, e quando chi lo ha prodotto guadagna ogni volta che
qualcuno si fa del male. Questa non è colpa dell’utente. E colpa di chi ha scelto quel modello di business. E di chi continua a difenderlo.

















