

IL PUNTO DI VISTA – No. Non ci sto. Dunque, a sentire Riccardo Luna (a Viterbo in queste ore), se il coltello smette di affettare prosciutto, fette di pane o pizze di Pasqua e affonda nella pancia di un malcapitato insegnante, studente, passante, è colpa del coltello e magari dei fabbricanti di coltelli. Se i social creano mostri (non tanto qualche sprovveduto esibizionista, qualche pretenzioso opinionista dell’ultim’ora, quanto piuttosto un ciarlatano come Trump o un manipolatore seriale delle coscienze e delle conoscenze) è colpa degli algoritmi, di una A.I. alla portata di tutte le borse.
Non sarà invece che la colpa è di chi maneggia il coltello? E di chi usa a sproposito e con malevoli intenzioni la rete? Possibile credere che il “progresso” si è incartato, che “qualcosa è andato storto”, creando problemi, rubandoci il futuro, che A.I e social network invece di offrire una tech democracy ci stanno sprofondando nel ludibrio di una coscienza cieca e di un asservimento al Male?
All’inizio del ‘900 Gilbert K. Chesterton si fece portatore dei timori di tenta gente che, vedendo passare le prime auto scoppiettanti alla folle velocità di 50 km/h, pensava ad un cupo futuro per la vita di città, mentre persino Proust lamentava che l’automobile avesse distrutto il rapporto lento, profondo, naturalistico tra l’Uomo e i suoi luoghi. Poco più tardi Ivan Ilich vedeva nel trasporto aereo la disumanizzazione del rapporto tra l’Uomo e il Pianeta. Dal canto loro, ancora oggi gli esponenti della cosiddetta “decrescita felice” vedrebbero con piacere un ritorno ad una filosofia di vita di natura rurale.
Non credo che gli svantaggi dell’automobile, dell’aereo e della febbrile vita metropolitana negli ultimi cento anni abbiano avuto la meglio sulla libertà di movimento e di conoscenza fra gli umani, sulla possibilità di stringere rapporti intercontinentali, di integrare e valorizzare culture, di ampliare le conoscenze, di crescere in qualità della vita umana che è innanzitutto vita di relazione. Ma c’è di più. Forse a causa del cattivo uso che ne facevano le dittature del ‘900 e del mantra ideologico di origine marxista che vedeva nel progresso industriale quasi esclusivamente la dominanza politica ed economica del capitalismo, fior di intellettuali – che Eco ha definito i “critici della società di massa”- da Theodor Adorno a Max Horkheimer, da Eric Fomm a Herbert Marcuse, hanno gridato al rischio che l’umanità fosse controllata e divorata dai mass media. E giù con saggi, racconti, film che prevendendo una società di automi manipolata da pochi furbacchioni tecnocrati, concorrevano alla demonizzazione di radio, tv, giornali e ogni altra forma di comunicazione di massa.
Poi successe che l’esplosione delle radio, delle tv, dei giornali liberi portasse non solo ad evitare certi rischi, a reagire ad ogni tentativo di dominio mediatico, ma anche a creare nuove forme di associazionismo, di progettualità e di attivismo sociale, di posizionamento critico dal basso. Tanto per dirne una, eppur con tutti i suoi difetti, il movimentismo Cinquestelle nasce dai social media e ha spinto molta gente a seguire il consiglio di John Kennedy, il quale ammoniva che era meglio interessarsi di politica, se non si voleva che fosse la politica ad interessarsi di noi.
Luna si lamenta perché i social ci stanno rubando il futuro. Non facciamocelo rubare. E soprattutto impariamo a gestirli, ad usarli, piuttosto che a subirli. Boomer, Generazione X e Y imparino a lavorarci, a sfruttarli al meglio, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nel fare e assorbire cultura. Certo, è sui social che quel cretino ha imparato presto a costruire bombe, quell’altro è riuscito a convincere l’amico a provare le peggiori challenges e altri balordi hanno causato i peggiori effetti del body shaming; e si è acuita anche la diuturna pratica delle fake news, con l’aggravante del sostegno di immagini, che un volta certificavano il vero e oggi costruiscono il falso migliore, proprio perché “evidenziato”.
Ma qualcuno dimentica l’altra faccia della medaglia, quella virtuosa: dal ragazzo che ha imparato sui social a rianimare una persona vittima di un malore, all’esperto che ti consiglia, titoli scientifici alla mano, cosa mangiare e cosa scartare per il tuo benessere e alle nuove potenzialità di A.I. nel campo della salute; dai parenti e amici lontani con cui puoi condividere sentimenti ed emozioni a vista, allo smart working, dall’informazione in tempo reale su eventi, opportunità e pericoli, fino alla possibilità di allargare a dismisura la tua rete relazionale. Certo, i rischi ci sono; ma è la vita, è ogni progresso ha porli davanti a noi.
Sta a noi, non al coltello, far sì che esso tagli il pane invece che le gole; che i social arricchiscano l’informazione invece che manipolare le coscienze. Sta alle istituzioni- nazionali e internazionali – alle strutture formative, all’informazione, alla politica – quella vera – incanalare le potenzialità virtuose dei social facendone indicatori privilegiati di progresso. E allora, non serve – e non è neanche giusto e leale – cavalcare l’ onda del timore di massa asserendo che i social ci hanno rubato il futuro, la libertà, la coscienza e lamentando che oggi i bambini vogliono fare i creativi digitali invece che gli astronauti. Chissà, forse si è più utili sulla Terra che sulla Luna, a saper ben manovrare le nostre risorse intellettuali, conoscitive, e soprattutto etiche.
Francesco Mattioli
Già Ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Comunicazione nell’Università Sapienza di Roma.

















