


EDITORIALE – Nel 2026 ricorrono ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi. Una ricorrenza che rischia di trasformarsi in celebrazione, se non si ha il coraggio di tornare alla sostanza. Perché Francesco non è mai stato una figura semplice. E soprattutto non è mai stato uno solo. Lo racconta il cinema, che ne ha restituito immagini opposte: la luce armoniosa di Fratello sole, sorella luna e l’inquietudine concreta del Francesco. Lo racconta la storia, con il lavoro di Alessandro Barbero, che riporta alla luce fonti contraddittorie, restituendoci un uomo duro e dolcissimo insieme, mai lineare. Lo racconta anche Aldo Cazzullo, che lo definisce il primo italiano, fondatore non di uno Stato ma di un’identità, di una lingua, di una sensibilità.
Eppure, dentro tutte queste letture, c’è un punto che spesso resta in ombra. Ed è forse uno dei più rivoluzionari. Il rapporto con le donne. Nel Medioevo, la società è rigidamente gerarchica. Il ruolo femminile è marginale, spesso subordinato, talvolta perfino messo in discussione nella sua dignità più profonda. È in questo contesto che Francesco compie un gesto che, ancora oggi, sorprende. Accoglie Santa Chiara d’Assisi. Non come figura secondaria, non come presenza decorativa, ma come parte di una stessa esperienza spirituale. Chiara non è un’eccezione tollerata. È una protagonista. Con lei nasce una fraternità che, pur nella distinzione dei ruoli, riconosce una pari dignità.
Francesco parla di sé anche al femminile. Si definisce madre, invita i suoi frati a vivere relazioni in cui ci si prende cura gli uni degli altri come madri e figli. In un’epoca in cui il linguaggio religioso è quasi esclusivamente maschile, questa è una rottura radicale. E tuttavia, anche qui, nulla è lineare.
Le fonti raccontano tensioni, ambivalenze, cambiamenti. Il Francesco più giovane accoglie Chiara con entusiasmo. Quello degli ultimi anni appare più prudente, quasi timoroso delle complicazioni che il rapporto con le donne può portare dentro un ordine in crescita e sempre più difficile da governare. Ancora una volta, emerge un uomo attraversato da contraddizioni. E forse è proprio questo il punto. Francesco non è rivoluzionario perché perfetto. È rivoluzionario perché reale. Perché dentro di lui convivono slanci e paure, aperture e chiusure, visione e fatica. È lo stesso uomo che sceglie la povertà in un tempo che scopre la ricchezza, che parla di fraternità in una società divisa, che riconosce dignità alle donne in un mondo che le marginalizza. Per questo continua a essere attuale. Non perché anticipa le categorie di oggi – pacifismo, ecologia, diritti – ma perché mette in discussione le logiche profonde di ogni tempo. Anche del nostro.
E allora, a ottocento anni dalla sua morte, la domanda torna inevitabile. Non chi fosse Francesco. Ma quanto siamo disposti a seguirlo davvero. Perché il rischio, ieri come oggi, è lo stesso: trasformarlo in un’immagine rassicurante, dimenticando che la sua vita – con le sue aperture, le sue tensioni, le sue scelte radicali – è stata, prima di tutto, una sfida. E forse continua a esserlo.

















