

IL DOMENICALE / EDITORIALE – Per anni il dibattito sul PNRR è stato dominato da una domanda quasi ossessiva: riusciremo a spendere tutti i soldi? Era una domanda comprensibile, perché l’Italia aveva davanti un’occasione irripetibile e il rischio di perderla. Oggi però, arrivati alla conclusione di quella stagione, continuare a ragionare soltanto in termini di spesa significherebbe non avere compreso fino in fondo la sfida che abbiamo davanti.
Anche nel Viterbese sono state realizzate nuove Case della Comunità, Ospedali di Comunità, interventi di digitalizzazione e strumenti di telemedicina; sono stati recuperati edifici e immaginate nuove forme di assistenza territoriale. Tutto questo rappresenta un patrimonio importante, ma il denaro europeo ha potuto costruire la struttura: non può garantire da solo la sanità che dovrà viverci dentro.
Da questo momento il problema torna interamente politico. Politico significa decidere dove mettere le risorse ordinarie, quanti medici e infermieri assumere, come distribuire il personale tra ospedali e territorio, quali servizi mantenere aperti e con quali orari, come collegare medicina generale, specialistica, assistenza domiciliare e servizi sociali. Significa soprattutto stabilire se vogliamo davvero una sanità che raggiunga le persone oppure se continueremo a chiedere alle persone di raggiungere la sanità.
È qui che il nostro territorio diventa un banco di prova particolarmente interessante, perché siamo una provincia vasta, con tanti piccoli comuni, una popolazione che invecchia e una geografia che rende molto diversa l’esperienza di chi vive vicino al capoluogo da quella di chi abita nell’Alta Lazio o nei centri più periferici.
Se il nuovo modello funzionerà, un anziano con una malattia cronica dovrebbe poter essere seguito più vicino a casa, utilizzare la telemedicina quando è utile, trovare un infermiere di comunità, evitare visite e spostamenti inutili, essere accompagnato dopo una dimissione ospedaliera e arrivare al Pronto soccorso soltanto quando ne ha realmente bisogno. Se invece tutto resterà organizzato come prima, con qualche edificio nuovo e qualche tecnologia in più, avremo speso bene una parte dei fondi ma avremo perso l’occasione di cambiare davvero il sistema.
La questione del personale rende ancora più evidente la natura politica della scelta, perché non basta inaugurare una struttura se poi mancano i professionisti che devono farla funzionare, e non si può pensare di risolvere il problema spostando continuamente medici e infermieri da un servizio all’altro, indebolendo oggi l’ospedale per rafforzare il territorio e domani facendo il contrario.
La coperta corta non si allunga cambiandole posizione. Occorre decidere quanto vogliamo investire stabilmente nella sanità pubblica, quanto siamo disposti a spendere per rendere attrattivi i presidi periferici, quanto vogliamo valorizzare medici di famiglia, infermieri, operatori sociosanitari e tutte quelle professionalità che rendono possibile una medicina di prossimità.
C’è poi una questione ancora più profonda, quella dell’uguaglianza. Il Servizio sanitario nazionale nasce dall’idea che la salute sia un diritto e non una possibilità legata al reddito o al luogo nel quale si vive. Eppure anche la distanza può diventare una forma di disuguaglianza, perché cinquanta chilometri per una visita pesano poco su chi è giovane, possiede un’auto e può organizzare liberamente il proprio tempo, ma pesano molto di più su un anziano solo, su una persona fragile o su una famiglia che deve continuamente accompagnarla.
Per questo la sanità territoriale non è un capitolo tecnico del PNRR: è una scelta di politica sociale. La telemedicina, le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità e l’assistenza domiciliare hanno senso soltanto se riescono a ridurre questa distanza, non se diventano nuove sigle da inserire negli organigrammi.
La fase straordinaria degli investimenti sta terminando, adesso arriva quella ordinaria, meno spettacolare e molto più difficile. Non ci saranno più soltanto cantieri da inaugurare, ci saranno servizi da mantenere, professionisti da trovare, bilanci da finanziare e risultati da misurare. È così che capiremo se il PNRR avrà lasciato nella Tuscia qualche edificio migliore oppure una sanità migliore. E questa volta non potremo attribuire il risultato all’Europa: dipenderà dalle nostre scelte.


















