

IL DOMENICALE – Nella Tuscia il decoro urbano non è solo una questione di ordine o pulizia. È una questione di identità. Qui, più che altrove, lo spazio pubblico coincide con la storia: borghi medievali, piazze rinascimentali, percorsi etruschi, paesaggi che tengono insieme natura e comunità. Quando il decoro si incrina, non si perde soltanto qualità della vita: si incrina il racconto stesso del territorio.
Basta attraversare il centro storico di Viterbo per cogliere questa ambivalenza. Accanto alla straordinaria bellezza di quartieri come San Pellegrino, emergono segnali di affaticamento: saracinesche abbassate, manutenzioni intermittenti, rifiuti lasciati fuori orario, aree verdi trascurate. È una realtà fatta di contrasti, dove il potenziale resta altissimo, ma la cura non sempre è all’altezza.
Lo stesso vale per molti borghi della provincia: da Bomarzo a Tarquinia, da Tuscania a Orte. Luoghi che attirano turismo, cultura, spiritualità, ma che rischiano di vivere una doppia velocità: curati nelle vetrine principali, più fragili nelle aree quotidiane, quelle abitate. Qui il decoro urbano diventa una questione strategica. Perché la Tuscia ha scelto – o è chiamata a scegliere – un modello di sviluppo fondato su turismo lento, qualità della vita, valorizzazione del patrimonio. Ma questo modello regge solo se il territorio è coerente: non basta un monumento restaurato se intorno c’è incuria; non basta una piazza bella se i servizi non funzionano. Serve allora un salto di qualità, che riguarda insieme istituzioni e cittadini.
Le amministrazioni locali devono partire da un punto semplice ma decisivo: la continuità. Non interventi straordinari, ma manutenzione ordinaria costante. Non manifestazioni floreali episodiche e con addobbi floreali sempre più esigui. Strade pulite, raccolta dei rifiuti puntuale, attenzione quotidiana agli spazi pubblici. Nella Tuscia, dove i centri storici hanno una struttura complessa, questo significa anche ripensare i modelli di raccolta, adattandoli ai vicoli, alle piazze, alla vita reale delle persone. Accanto a questo, servono investimenti intelligenti. Non grandi opere isolate, ma interventi diffusi: illuminazione adeguata e sostenibile, arredi urbani coerenti con il contesto storico, cura dei percorsi pedonali, valorizzazione delle aree verdi, navette ecologiche, aree di parcheggio adeguate e collegate al centro storico, che se vissuto è un centro storico più rispettato. Stessa cosa per le zone verdi, un parco frequentato è un parco più sicuro.
Fondamentale è anche il tema dei controlli. L’abbandono dei rifiuti, gli atti vandalici, il mancato rispetto delle regole devono essere contrastati con decisione. Non per punire, ma per ristabilire un principio di equità: chi rispetta le regole non può essere penalizzato da chi le ignora. Ma nella Tuscia, forse più che altrove, il vero nodo è il coinvolgimento dei cittadini. Perché qui esiste ancora un tessuto comunitario che può fare la differenza. Comitati, associazioni, parrocchie, gruppi informali: una rete diffusa che però spesso agisce in modo frammentato. Metterla in connessione, coordinarla, darle strumenti e riconoscimento può trasformarla in una vera forza di rigenerazione.
I cittadini, dal canto loro, sono chiamati a un cambio di passo. Non basta evitare comportamenti scorretti. Serve partecipazione attiva. Significa prendersi cura del proprio spazio, ma anche di quello comune. Segnalare problemi, aderire a iniziative di pulizia, contribuire alla manutenzione condivisa di piccoli spazi, educare – a partire dalle famiglie – al rispetto dei luoghi. C’è poi un aspetto culturale profondo. La Tuscia non è un territorio qualsiasi: è un luogo in cui storia, spiritualità e paesaggio convivono da secoli. Prendersene cura significa anche riconoscerne il valore. E questo valore deve essere trasmesso, soprattutto ai più giovani. Scuola, associazioni, istituzioni possono lavorare insieme per costruire un’educazione civica concreta, legata ai luoghi.
Un esempio di partecipazione sociale potrebbe essere quello di progetti di “adozione” di spazi pubblici: piazze, giardini, tratti di mura, piccoli angoli dei centri storici. Non come sostituzione del pubblico, ma come integrazione. Dove questo accade, cambia la percezione: lo spazio torna a essere di qualcuno, e quindi di tutti. In fondo, la sfida del decoro urbano nella Tuscia è tutta qui: trasformare un patrimonio straordinario in una responsabilità condivisa. Perché il rischio, altrimenti, è quello di vivere di rendita. Di affidarsi alla bellezza ereditata senza costruire quella quotidiana. La bellezza, senza cura, si consuma e non può resistere se foraggiata solo da contributi pubblici episodici.
La Tuscia ha tutte le condizioni per essere un modello: dimensione umana, forte identità, comunità ancora vive. Ma proprio per questo non può permettersi l’indifferenza. Il decoro urbano, qui, non è un dettaglio. È la forma visibile di un legame. Da quel legame dipende
non solo l’immagine del territorio, ma il suo futuro.


















