

EDITORIALE – Da siciliano, Paolo Borsellino non è per me soltanto un magistrato assassinato dalla mafia. È il simbolo di una scelta precisa: sapere con chi si ha a che fare, conoscere il rischio e decidere comunque di non arretrare. È forse anche per questo che, pensando a lui, mi tornano alla mente gli anni in cui, giovane sindacalista degli edili, andavo nei cantieri che sapevamo riconducibili a mafiosi. Esperienze infinitamente diverse, naturalmente, ma unite da una domanda che la Sicilia ha dovuto affrontare tante volte: cosa si fa quando il potere della mafia pretende che tu faccia un passo indietro?
Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino morì in via D’Amelio insieme ad Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Erano passati soltanto cinquantasette giorni dalla strage di Capaci. Giovanni Falcone era stato ucciso e Borsellino sapeva perfettamente che la mafia avrebbe potuto colpire ancora. Probabilmente sapeva anche che il prossimo bersaglio poteva essere lui, purtuttavia continuò.
È questo, prima ancora di ogni retorica, che rende la sua figura così grande. Borsellino non era un uomo inconsapevole del pericolo, non era un eroe che avanzava senza conoscere ciò che lo aspettava: era un magistrato che conosceva profondamente Cosa Nostra, ne conosceva la violenza, la capacità di penetrare nella società, le relazioni, il sistema di potere. Proprio perché sapeva, la sua scelta di andare avanti assume un significato ancora più forte.
La mafia, infatti, non esercita il proprio dominio soltanto attraverso la violenza. Il suo primo obiettivo è convincerti che sia inutile resistere, farti capire che è meglio non vedere, non fare domande, non disturbare, non oltrepassare certi confini.
Paolo Borsellino fece esattamente il contrario. Continuò a cercare, continuò a indagare, continuò a fare domande, continuò a parlare e, soprattutto, rifiutò di considerare la mafia come un destino inevitabile della Sicilia. Forse è questo il punto che sento mio più profondamente da siciliano. Perché la mafia, soprattutto nella Sicilia che ho conosciuto da giovane, non era qualcosa di astratto: era dentro la società, dentro l’economia, dentro il mondo delle imprese, dentro l’edilizia e gli appalti.
Io stesso, da giovane sindacalista degli edili, andavo in cantieri che sapevamo essere riconducibili a personaggi mafiosi. Ci andavamo alle sei del mattino, prima che gli operai entrassero al lavoro, oppure a mezzogiorno, durante la pausa pranzo. Per mesi cercammo di parlare con quei lavoratori e di convincerli a iscriversi al sindacato. Ci ascoltavano, ma non parlavano. Poi, un giorno, un capocantiere cercò di impedirci di entrare e di parlare con loro. Lo sfidammo, non accettammo quel divieto.
Fu probabilmente allora che i lavoratori capirono che non eravamo sindacalisti accomodanti, che non avevamo fatto accordi con nessuno, che non eravamo, come si sarebbe detto brutalmente, sindacalisti venduti o peggio collusi. Così cominciarono a iscriversi.
Non racconto questo episodio per stabilire paragoni impossibili. Il rischio affrontato da Paolo Borsellino appartiene a un’altra dimensione. Lui sapeva che la mafia poteva ucciderlo e, infatti, lo uccise.
Ma quell’esperienza mi ha insegnato qualcosa che aiuta a comprendere anche la sua testimonianza. La mafia pretende innanzitutto obbedienza, pretende che si riconosca il suo potere, che davanti a un cancello chiuso si torni indietro, che davanti a una minaccia si abbassi la voce, che davanti a un sistema troppo forte si accetti di non poter fare nulla.
Borsellino non accettò mai questa logica, ed è questa la sua vera eredità. Non soltanto l’eroismo del magistrato, ma l’idea che nessun potere criminale debba essere considerato invincibile. La mafia che Borsellino combatteva non era soltanto quella dei killer: era una struttura capace di controllare territori, affari, imprese, appalti, relazioni. Una mafia che sapeva e sa utilizzare la violenza, ma che aveva e ha bisogno soprattutto di costruire consenso, paura, dipendenza.
Per questo la sua battaglia continua a riguardarci, perché la mafia cambia forma. Può sparare meno, può diventare più silenziosa, può entrare nell’economia legale, può nascondersi dietro società, investimenti, imprese apparentemente normali, può rinunciare alla visibilità senza rinunciare al potere.
Borsellino aveva compreso che combattere la mafia significava andare oltre la superficie, seguire le relazioni, capire gli interessi, individuare le connessioni tra criminalità, economia e potere.
Per questo il 19 luglio non dovrebbe essere soltanto una giornata di commemorazione. Le corone di fiori sono necessarie, le cerimonie sono necessarie, ma non bastano. Ricordare Borsellino significa chiedersi dove si trovi oggi il potere mafioso. Significa domandarsi chi controlla pezzi dell’economia. Significa interrogarsi sugli appalti, sugli investimenti, sulle imprese. Significa difendere chi denuncia. Significa garantire ai lavoratori la libertà di organizzarsi. Significa evitare che il bisogno di un salario diventi uno strumento di ricatto.
Per me, da siciliano, Borsellino rappresenta soprattutto questo: la libertà di non avere paura del potente o, almeno, di non permettere alla paura di decidere al nostro posto. Quando penso a lui, penso a un uomo che, dopo la morte di Falcone, avrebbe avuto mille ragioni umane per fermarsi. Avrebbe potuto chiedere maggiore protezione, avrebbe potuto rallentare, avrebbe potuto convincersi di aver già fatto abbastanza. Non lo fece, continuò.
Forse è questa la parola che meglio racconta Paolo Borsellino: continuare. Continuare quando sai che il rischio esiste, continuare quando gli altri ti consigliano prudenza, continuare quando hai la sensazione che il nemico sia più forte, continuare perché qualcuno deve dimostrare che lo Stato non arretra.
A distanza di trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, credo che il modo più autentico di ricordare Paolo Borsellino sia proprio questo: non trasformarlo in un’icona innocua, non limitarci a pronunciare il suo nome una volta l’anno, ma raccogliere la domanda che la sua vita continua a rivolgerci. Cosa siamo disposti a fare quando incontriamo un potere che pretende il nostro silenzio?
Io, nella mia piccolissima esperienza di giovane sindacalista, ricordo ancora quei cancelli dei cantieri. Ricordo le sei del mattino, ricordo gli operai, ricordo il capocantiere che voleva impedirci di parlare con loro e ricordo che decidemmo di non andare via.
Paolo Borsellino fece infinitamente di più, ma forse la sua lezione comincia proprio da qui: dal rifiuto di andarsene, dal rifiuto di abbassare gli occhi, dal rifiuto di considerare normale ciò che normale non è. Perché la mafia vince veramente non quando uccide un uomo, vince quando riesce a convincere tutti gli altri a fare un passo indietro. Paolo Borsellino quel passo indietro non lo fece mai ed è per questo che, ancora oggi, continua a camminare davanti a noi.

















