

VITERBO – Ci sono luoghi sulla terra che a guardarli sulla mappa sembrano insignificanti: un indirizzo come tanti, una strada dal nome gentile e fiorito — Strada Campo delle Rose — che si perde tra le pieghe della periferia viterbese. Ma la geografia, si sa, è una scienza ingannatrice. Perché proprio lì, dove la città finisce e comincia il mistero della campagna, sabato 12 settembre, alle undici in punto, si aprirà una porta che cambierà per sempre il confine tra l’indifferenza e il destino.
Non è la solenne inaugurazione di un palazzo di potere, né il taglio di un nastro destinato a finire negli archivi polverosi della burocrazia. È qualcosa di molto più raro e fragile: la nascita di un Centro Diurno pensato e voluto per chi porta sulle spalle il peso invisibile della disabilità mentale, con un occhio teso e fraterno verso quei giovani intrappolati nel labirinto dell’autismo e dei disturbi del neurosviluppo.
Chi non ha mai guardato negli occhi un ragazzo autistico non sa cosa sia il tempo sospeso. Per loro il mondo là fuori corre troppo in fretta, con quel suo frastuono di motori, di parole inutili e di corse affannate verso il nulla. Vivono in un universo parallelo, fatto di geometrie segrete, di silenzi densi come muri di tufo e di improvvise tempeste che nessuno, se non chi li ama disperatamente, riesce a decifrare. E il dramma più grande, per le famiglie, non è la fatica dei giorni o la stanchezza delle notti insonne; è la paura del domani. Quella domanda muta che pesa come un macigno sul cuore di ogni madre e di ogni padre: “Quando noi non ci saremo più, chi si curerà di lui? Chi lo terrà per mano?”.
Ecco, questo nuovo centro che sorge in Strada Campo delle Rose prova a dare a quella domanda una risposta che non profuma di carta bollata, ma di umanità viva. Non un semplice parcheggio per anime sole, ma una fucina di autonomia, un luogo dove ogni ragazzo possa trovare il proprio passo, la propria voce, il proprio modo di stare al mondo senza sentirsi un peso o un’ombra.
Sabato mattina, quando le autorità istituzionali, i promotori e i giornalisti varcheranno quella soglia, ci sarà il consueto sfarzo di telecamere, i flash dei fotografi, le interviste di rito. Si parlerà di “modello innovativo di inclusione sociale”, di “risposte concrete”, di traguardi fondamentali per la comunità. Formule giuste, necessarie, che servono a dare dignità istituzionale a un’opera che profuma di Vangelo laico.
Ma dietro la cronaca ufficiale, al di là dei taccuini aperti e delle dichiarazioni ufficiali, ci sarà qualcos’altro. Ci sarà il silenzio trepidante di chi spera che questo non sia l’ennesimo ufficio della speranza tradita, ma una casa vera. Una casa dove i percorsi personalizzati non siano parole stampate su un dépliant patinato, ma sguardi che si incrociano, mani che stringono altre mani, laboratori dove la creta prende forma e dove la mente, spesso prigioniera di se stessa, trova finalmente un varco per respirare.
Sabato alle undici, in quel campo che di nome fa Campo delle Rose, fiorisce finalmente qualcosa che assomiglia alla giustizia. E forse, lassù nel cielo indifferente di settembre, qualcuno si è fermato a guardare.

















