
EDITORIALE – C’è sempre un momento, nei percorsi personali e collettivi, in cui le esperienze si intrecciano e smettono di essere semplici eventi per diventare visione. È con questo spirito che inizio la mia nuova esperienza come Direttore editoriale de ‘Il domenicale’ de La Fune, partecipando, da moderatore, a un’iniziativa che considero preziosa per il nostro territorio: la scuola di sensibilizzazione socio-politica “Mario Fani”.
La giornata di ieri è stata, sotto molti aspetti, rivelatrice. Non solo per la qualità dei contenuti offerti dalle relatrici – che la redazione restituisce con cura ai lettori – ma soprattutto per ciò che si è generato nel confronto vivo tra i partecipanti. Le domande, le esperienze personali, i racconti di vita non sono stati un semplice corollario, ma il cuore pulsante dell’incontro. È lì che si è aperto un interrogativo decisivo: è possibile immaginare anche per Viterbo e la Tuscia un percorso simile a quello avviato a Varese?
La domanda non è astratta. Nasce da una consapevolezza ormai diffusa: i fenomeni che segnano il declino di molti territori italiani – la desertificazione dei centri storici, la fuga dei giovani, l’inverno demografico, l’impoverimento del tessuto sociale – sono realtà che riguardano anche noi. Viterbo non è un’isola. È dentro questo tempo, con le sue fragilità e le sue potenzialità ancora inespresse. Eppure il confronto con Varese mette in luce differenze che non possono essere ignorate. Lì il tasso di occupazione raggiunge il 75%, con una presenza significativa di lavoro stabile. La ricchezza diffusa è più elevata, e il fenomeno dei frontalieri – lavoratori che operano tra Svizzera e Milano, beneficiando di salari più alti e costi della vita più contenuti nel luogo di residenza – genera un circolo economico virtuoso. Ma soprattutto, a Varese si riscontra una struttura economica completa, capace di integrare il settore primario, quello secondario e il terziario.
La Tuscia, al contrario, appare ancora sbilanciata. Il peso del pubblico impiego, pur importante, non basta a costruire sviluppo duraturo. L’agricoltura, pur ricca di tradizione e qualità, non sempre riesce a trasformarsi in filiera economica innovativa. Anche il turismo, che rappresenta una risorsa straordinaria per il nostro territorio – tra storia, paesaggio, terme, borghi e spiritualità – fatica a diventare un sistema strutturato, continuo, capace di generare occupazione stabile e non solo stagionale. Il risultato è una fragilità complessiva che spinge i giovani a partire e rende difficile immaginare un futuro radicato.
Ma sarebbe un errore fermarsi alla constatazione delle differenze. Il dibattito di ieri ha indicato anche alcune piste di lavoro, concrete e possibili. Tra queste, è emerso con forza il ruolo che la Chiesa può svolgere. Non in senso nostalgico o sostitutivo, ma come presenza capillare capace di generare relazioni. Gli oratori, gli spazi di incontro, le comunità parrocchiali possono diventare luoghi in cui i giovani non solo si ritrovano, ma iniziano a pensare insieme. In un tempo in cui la solitudine cresce e le appartenenze si indeboliscono, questa funzione aggregativa è tutt’altro che secondaria. Accanto a questo, si è fatta strada una convinzione ancora più decisiva: nessun territorio si salva da solo. Serve una ricomposizione dei corpi intermedi della società. Associazioni imprenditoriali, sindacati, movimenti giovanili, realtà culturali, istituzioni: tutti devono tornare a parlarsi, a riconoscersi, a costruire insieme. Non per sommare interessi, ma per elaborare un progetto condiviso di città.
È qui che si gioca la partita più importante. Perché senza un’idea di futuro, anche le migliori iniziative rischiano di restare episodi isolati. Viterbo ha bisogno di una visione che tenga insieme sviluppo economico, qualità della vita, coesione sociale e valorizzazione delle sue vocazioni naturali – dal pubblico all’agricoltura, fino al turismo – trasformandole in leve di crescita reale. Una visione capace di trattenere i giovani non con promesse, ma con opportunità concrete.
La scuola “Mario Fani”, in questo senso, rappresenta molto più di un percorso formativo. È un laboratorio di cittadinanza. È il segno che una domanda di partecipazione esiste, che c’è un desiderio di capire e di incidere. Ed è forse proprio da qui che si può ripartire. Questo editoriale non vuole offrire risposte definitive, ma rilanciare una responsabilità. Se davvero riconosciamo le criticità del nostro territorio, allora dobbiamo avere il coraggio di costruire le condizioni per superarle. Insieme. Perché il futuro, prima ancora di essere atteso, va abitato. E Viterbo – se lo vuole – può ancora essere un luogo in cui farlo.


















