
TARQUINIA – C’è un momento preciso, un varco invisibile che si apre tra le pietre millenarie e il vento che soffia dai monti verso il mare, in cui il tempo decide di smettere di scorrere dritto e comincia a ripiegarsi su se stesso, come un vecchio panno di velluto consumato dagli anni.
A Tarquinia, questo prodigio accadrà sabato 26 settembre 2026, alle cinque e trenta del pomeriggio. Non è un sogno e non è una favola per bambini, ma l’inizio dell’ottava edizione del Festival dei Luoghi Medievali. Piazza Cavour si trasformerà improvvisamente in una soglia, una fenditura nello spazio in cui le lancette dell’orologio torneranno a girare all’indietro, trascinando con sé secoli di polvere, silenzi e battaglie.
Immaginatela, la scena. L’aria sottile del primo autunno che accarezza i vessilli, il rullare cupo e sordo dei tamburi che sale dalle contrade, e poi loro: Sante Vitelleschi e Costanza degli Anguillara. Sfileranno di nuovo, intrappolati nella loro fastosa e solenne eternità nuziale, circondati da un esercito pacifico e brulicante di nobili, dame, armigeri e popolani provenienti da ogni angolo della penisola. Da Cairo Montenotte a Soriano nel Cimino, da Narni a Fermo, da Eboli ad Ariano Irpino, le pietre d’Italia si daranno appuntamento qui, tra le torri etrusche e medievali, come se un’antica chiamata fosse tornata a farsi sentire sottopelle.
Ci sarà persino lei, Matilde di Canossa, scortata da Beatrice di Lorena, dall’imperatore Enrico V e dall’abate Ugo di Cluny, quasi che il marzo del 1080 – quando la Gran Contessa mise piede per la prima volta in questa terra di Corneto – non fosse mai svanito davvero, ma si fosse semplicemente nascosto dietro l’angolo della storia. E a custodire il senso segreto di questa invasione pacifica ci sarà la “Dama della Rete”, che stringerà tra le mani il libro della Coniuratio civitatum: il giuramento collettivo, il patto solenne che i rappresentanti dei Comuni rinnoveranno il giorno dopo nella sala consiliare.
Fiumi di parole, accordi e strategie per un turismo che riscopre le radici; ma ciò che resterà a noi, uomini distratti del Ventunesimo secolo, sarà l’odore acre del ferro e del cuoio, il fruscio degli abiti pesanti, e la bizzarra sensazione, guardando sfilare quel fiume umano sotto il cielo della Tuscia, che i secoli di mezzo non siano mai finiti affatto, ma stiano solo aspettando che qualcuno, per un giorno, riapra la porta.



















