Giovani della Tuscia dove siete? – Francesco Berni: “Vi racconto la storia del Divo Aperitivo”

Giovani della Tuscia dove siete? – Francesco Berni: “Vi racconto la storia del Divo Aperitivo”

Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull'argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

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Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

Cerchiamo il parere di giovani amministratori, di persone di altre generazioni. Politici, giornalisti, pezzi di società civile. Ci interessano tutti i pareri. Ecco una riflessione inviata in redazione dal giovane viterbese Francesco Berni, che ha pensato di scrivere in risposta all’invito de La Fune presentando addirittura una bella storia. L’ha intitolata ‘Il Divo Aperitivo’. Leggetela con attenzione…

 

 

Il Divo Aperitivo
Vittorio Selvaggini quel giorno sorseggiava il suo solito Crodino, era a dieta da anni con ottimi risultati, perciò aveva abolito qualsiasi alcolico.

Il cliente meno performante del “Caffè che legge” amava definirsi, ed era così timido che a qualsiasi ora potevi trovarlo chino sul suo smartphone. Sbeffeggiato per questo dai suoi amici e dal proprietario del bar.
Quel giorno invece si svegliò fragorosamente dal suo torpore. Un urlo ciclopico che sconquassava la mesta tranquillità dell’Aperitivo al Caffè che legge: “ Ah regà, è morto Andreotti!”

La scomparsa del Divo Giulio non era questione da storici nella Vecchia Città, ma attualità vera e carnale, come la morte di un Padre, di un Papa, di un Imperatore.

Lo spirito di Andreotti aveva pervaso la Vecchia Città per un settantennio, aveva plasmato i suoi usi, i suoi costumi, i suoi poteri e in generale lo “sviluppo” di questo antichissimo borgo con soli 60.000 abitanti.

Un andare costante e sonnacchioso, qualche sprazzo vitalistico per la festa della Santa Patrona, ma poi il nulla. Il nulla plastico: bianco come la bandiera della Dc, opaco come la giungla dei piccoli ricatti del sottopotere.
Militari di leva in permesso, pizzerie, donne tenute in casa per paura dei sovracitati militi per le strade, sale giochi, risse nei luna park, droghe dalla Capitale o da Perugia, bellissime studentelle universitarie, qualche bagno notturno e omosessualizzato alle terme libere, la stessa compagnia di amici dalle scuole elementari alla tomba.
Una repressione sociale accettata e di massa che promanava dalla terra come il Radon, il gas tufaceo che fa primeggiare la Vecchia Città nella classifica dei posti più radioattivi d’Italia.

Una città rinchiusa in se stessa, tra mura possenti, chiusa CUM CLAVE e non a caso sede del primo Conclave della Storia. Con la morte del Divo Giulio, crollarono le possenti mura, si aprirono le gabbie, si scassinò la serratura, arrivò il Nuovo, il Moderno con tutta la sua prevaricazione.

Vittorio Selvaggini e i suoi amici aspettavano da tempo quel momento, pretendevano qualcosa di più dalle loro vite e dal luogo che li aveva visti crescere. Il Vecchio tardava a morire, ma il Nuovo non arrivava. Quando il Vecchio Divo morì, Vittorio Selvaggini e i suoi amici avevano ormai 30 anni e si trovarono spaesati di fronte al Nuovo prevaricatore.

Vittorio il più saggio della compagnia, intuì cosa sarebbe successo di lì a poco e sentenziò così quella strana sensazione: “ Ieri c’hanno detto siete troppo giovani, siete inesperti, non potete comandare. Domani ci diranno che siamo antiquati, poco moderni, vecchi e stanti. In pratica continueremo a pigliar schiaffi a destra e a manca, a due a due fino a che non diventano dispari. Perché il Nuovo che avanza in Provincia è sempre figlio di sangue del Vecchio. Non c’è Madre Puttana che tenga”.

Ma cosa era il Nuovo che suscitava al contempo speranze e timori? Vittorio e i suoi amici compresero subito che le loro intuizioni avrebbero corrisposto alla realtà prossima ventura. Il Nuovo per la Vecchia Città non era altro che una conformazione cialtronesca e provincialotta ai gusti imposti da Youtube.

Una grande ammucchiata di parvenu, personaggi con velleità artistiche ma con stipendi parastatali, ex iscritti ad Alleanza Nazionale convertiti ai circoli Arci, eterni studenti fuorisede inurbati, burini rifatti con i maglioni di Cucinelli, tatuati di ogni risma, famigliole sorridenti ricolme, capifamiglia ex latin lover con prole sposati con cessi a pedali.

Il tutto in un’ammorbante atmosfera mortifera tra vecchie pietre, architetture stupende quanto antichissime, saracinesche abbassate da anni, parcheggio selvaggio, sporcizia, degrado e incuria di massa. Ma senza suonatori di bongo sotto i porticati. “Almeno quelli ce li siamo risparmiati” sentenziava Selvaggini.

Nonostante ciò, Vittorio e i suoi amici reputavano che la Vecchia Città, dopo la morte del Divo, fosse diventata un posto migliore, più vivibile, con più iniziative, con più gente che si incontrava in giro, con addirittura la possibilità di conoscere nuovi esemplari femminili della propria specie.

Però, però il Nuovo non era il Nuovo che avevano sognato. Il simbolo del crollo della cinta muraria era “l’Aperitivo di Massa” momento catartico di purificazione e sfogo intragenerazionale e omnicomprensivo. L’Aperitivo di Massa come rito etnografico che unisce in un sol fascio il 16enne alla ricerca della prima sbronza e il suo coetaneo-mentale 40enne borghesotto eterno Peter Pan.

L’Aperitivo di Massa come vetrina sociale di ogni velleità estetica e morale, dal chitarrista di provincia che si lamenta di non aver mai sfondato alla zitellona giaguara piena di amanti. Il tutto con mandrie di ragazze vestite tutte uguali, dai grandi seni radioattivi, bellissime ma prive di ogni minima carica erotica.

Un’evidente assenza di eros tale da far rimpiangere i tempi del coprifuoco indotto dai militari di leva in libera uscita, in cui bastava la visione di un paio di cosce a ormonizzare tutto l’ambiente.

L’Aperitivo di Massa realizza un minuscolo microcosmo, in cui si materializzano i sogni decadenti di ogni lettore del Venerdì di Repubblica. Borgo Medioevale, cibo genuino del territorio ed ozio violento. Vittorio ne parlava spesso con i suoi amici: “Compagni, questo avevamo sognato?” .

I suoi amici gli rispondevano di sì, che la città assomigliava sempre più a quella che avrebbero voluto, più aperta, più inclusiva, dinamica e “artistoide”. La città si era modernizzata, in parte come desideravano, ma Vittorio e i suoi amici rimanevano esclusi da questo grande processo di innovazione. Presi in mezzo e a schiaffi dalle due generazioni e dalle due classi dominanti succedutesi.

Gli scudieri di Andreotti e i figli dell’Aperitivo, i secondi forse persino peggio dei loro genitori. I Figli dell’Aperitivo pieni di ansie, falsi conflitti e che non hanno sete di nulla, né di conoscenza, né di libertà, ma con la protervia di considerarsi il miglior prodotto della cultura occidentale.

Una nuova classe di arricchiti che avrebbe reso la Vecchia Città, un centro con tutti i difetti di un greve e inacidito paesello e le contraddizioni della Metropoli. La Vecchia Città, in piena crisi economica e colta da una senile sindrome di Peter Pan, rischiava di perdere la saggezza antica delle vecchie zie con il suo carico uterino di consigli non richiesti. “La prima preoccupazione è il portafoglio. Trovatevi un marito che lavori all’Asl o per il Ministero della Difesa”.

Tutto questo in pochi anni rischiava di andare perduto, a quel punto la Vecchia Città sarebbe diventata il classico non luogo turistico per un’èlite cosmopolita di pensionati in cerca di terme e rilassanti luoghi di villeggiatura. 

Vittorio Selvaggini fu tra i pochi a intuire quel rischio di totale disfacimento. “E così, mi riduco a rimpiangere i tempi antichi?” Vittorio non se ne capacitava, ma del resto era pur sempre un uomo di media statura che non vedeva giganti intorno a sé.

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