Giovani della Tuscia dove siete? - Michele Vittori: "Un insano rapporto tra giovani e vecchi, che invece dovrebbero integrarsi"
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Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull'argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a info@lafune.eu.

Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a info@lafune.eu.

Cerchiamo il parere di giovani amministratori, di persone di altre generazioni. Politici, giornalisti, pezzi di società civile. Ci interessano tutti i pareri. Ecco una riflessione inviata in redazione da Michele Vittori, professore ed ex amministratore locale in quel di Vetralla. 

 

Ciao Funamboli, premetto che a me i discorsi generazionali non sono mai piaciuti e che pure la nouvelle vague giovanilista, che imperversava in politica fino a qualche tempo fa, mi puzzava di vecchio fin dall’inizio. La nostra è una tradizione politica che quando parla di giovani oscilla tra Giovinezza, Valle Giulia e i Bamboccioni, scegliendo di volta in volta, in base alle necessità del momento, dove incasellare questi rampolli problematici. Se può contribuire alla discussione tuttavia, vi dico come la penso.

Quando una quindicina d’anni fa tornai nella Tuscia provenivo da un ambiente, quello accademico pisano-fiorentino (la Firenze dei Domenici, di Renzi &co…ovvero del giovanilismo politico di sinistra) nel quale avevo ottenuto titoli, competenze e un discreto successo.

Avrei dovuto rappresentare, per la mia terra, una risorsa. Ci misi poco a capire che la musica che si suonava quaggiù era diversa. Intendiamoci: non che le realtà che avevo vissuto in precedenza fossero disposte a concedere un credito incondizionato ai giovani. Una certa osmosi un po’ pelosa e ipocrita tra giovani e vecchi è connaturata al Belpaese e lo è ancor di più negli ambienti accademici. Ma a Viterbo a questi meccanismi se ne sovrapponevano altri, che antropologicamente e culturalmente appartengono al sud del mondo, in senso semantico prima che geografico.

I giovani non formavano soltanto un serbatoio clientelare, ma un “luogo” da occupare e abitare, in base a esigenze che andavano dalla famiglia al partito di appartenenza. In parte il rigurgito politico che inscenai in quegli anni (dopo aver vissuto momenti di militanza marginali in adolescenza e nel periodo universitario) derivava proprio da questa frustrazione…diciamo pure da questa incazzatura.

Ma il panorama politico se possibile era ancora più desolante. Ora intendiamoci: la giovinezza non costituisce una patente di legittimità né un fattore di merito. Una volta a proposito della definizione di “quarantenni” (vi ricordate quando andava di moda questa frottola?) Paolo Bianchini mi disse “uno può essere giovane a settant’anni e vecchio a quaranta”.

Aveva perfettamente ragione. Ovviamente vale anche l’assunto opposto: mettere i capelli bianchi non fa di uno sciocco, che lo è stato per tutta la vita, un saggio. Ma se in politica si vuole andare oltre il semplice perpetuarsi in prima persona (e in politica si deve farlo perché la propria sopravvivenza dipende dal consenso, e la gente tende a cambiare idea sempre più velocemente) allora bisogna adottare una tattica un po’ gattopardesca.

Ogni tanto bisogna che tutto cambi, per poter rimanere come si è. In questo le “vecchie” generazioni della politica viterbese hanno fallito in pieno. Vi basterà guardare alle candidature espresse alle ultime tornate amministrative per rendervene conto. Questo immobilismo è un male che purtroppo attanaglia soprattutto il centrodestra, la parte politica nella quale mi riconosco (o mi riconoscevo fino a qualche tempo fa).

Tra i molti insegnamenti dimenticati della buona vecchia balena bianca c’era pure questo: crescere e lasciare il testimone ai giovani non vuol dire -politicamente- sparire. E, se posso permettermi, l’unico che in parte ha capito la questione e ha creato avamposti (più o meno giovani) dietro i quali paludarsi è proprio un ex democristiano.

Dall’altra parte ci sono poche alternative. C’è chi gioca a fare l’eterno ragazzo, adottando lessici e movenze da avanguardista 2.0, rimanendo ancorato a forme di gestione del potere politico da prima Repubblica; oppure c’è chi con franchezza porta i giovani fino alla soglia della stanza dei bottoni e poi, invariabilmente, gli dà una pacca sulla spalla o un calcio in culo e li lascia lì.

Il problema è che la politica non è una scienza esatta, ma è una scienza in cui una certa regolarità si verifica sempre. I giovani, iconoclasti, inesperti e deboli dentro le urne, fanno gioco, ma per vincere le guerre i vecchi sono indispensabili.

Un sano realismo politico, scevro da nostalgismi e idealizzazioni di sorta, servirebbe ai primi, come un po’ di incoscienza farebbe bene ai secondi. Se la maturità ci insegna qualcosa è che le soluzioni sono sempre frutto di una convergenza, di una mediazione ragionata, di un compromesso intelligente. Perché mica è sempre vero che ogni compromesso è un compromesso di dignità.

A Viterbo (e forse in Italia) molti sono stati semplicemente “giovani”: non erano preparati e non erano meritevoli. Altri sono stati sempre vecchi, senza accorgersi che il mondo intorno viaggiava ormai a velocità doppia rispetto alla loro. Avevano torto entrambi perché entrambi si sono rifiutati di fare un sano passo indietro. Se può servire il mio consiglio è proprio questo: realismo e buon senso servono di più delle rivoluzioni e delle restaurazioni. Cioè: i politici viterbesi dovrebbero venire a prendere lezioni di -saggio- equilibrismo da voi. Ciao ragazzi!

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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