Vulci conquista l’Acropoli di Atene: la “testa di Kore” brilla sotto il cielo della Grecia
Kore
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Il volto della Kore, espressione dell’arte e della raffinatezza etrusca, è partito alla volta della capitale greca per essere il fiore all’occhiello di “Ispirazioni.

VULCI – Da Vulci al cuore pulsante della civiltà classica. C’è un pezzo di Tuscia, e di storia straordinaria, che in questi giorni sta catalizzando l’attenzione internazionale tra i marmi del Museo dell’Acropoli di Atene. La protagonista assoluta è la testa di Kore, preziosissimo reperto rinvenuto nell’area del Tempio Nuovo della città etrusca, oggetto di scavi condotti in concessione dalle Università di Friburgo e Magonza.

Il volto della Kore, espressione dell’arte e della raffinatezza etrusca, è partito alla volta della capitale greca per essere il fiore all’occhiello di “Ispirazioni. Vite italiane dell’arte greca”, la prestigiosa mostra inaugurata il 15 giugno e visitabile fino al 30 agosto 2026.

Un ponte culturale tra Italia e Grecia

L’esposizione non è solo un evento scientifico, ma un vero e proprio manifesto di diplomazia culturale. Promosso dal Ministero della Cultura italiano e dal suo omologo greco, il progetto si inserisce nel solco delle eccellenti relazioni bilaterali, cementate dall’incontro tra il Ministro Alessandro Giuli e la collega ellenica Lina Mendoni.

Non si tratta di una mostra isolata: l’iniziativa è parte integrante di un disegno strategico che vede la cultura agire come volano di dialogo euro-mediterraneo. Il progetto si colloca infatti nel quadro del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo allargato e del Piano Olivetti per la Cultura, a testimonianza di come il patrimonio archeologico – con la nostra Vulci in prima linea – diventi oggi strumento di cooperazione internazionale e di costruzione di una comune coscienza mediterranea.

38 capolavori: le “biografie” degli oggetti

Curata da Alfonsina Russo e Nikolaos Stampolidis, la mostra mette in scena 38 capolavori provenienti dai più importanti musei italiani. L’obiettivo è ambizioso: raccontare la presenza, la trasformazione e la reinterpretazione dell’arte greca nella Penisola, dalla tarda età del Ferro fino al Novecento.

La testa di Kore di Vulci si inserisce in questo percorso come un “documento parlante”. Accanto a lei, icone del calibro del Cratere di Eufronio, della Coppa di Nestore e del Trono Ludovisi, in una narrazione che esplora come gli oggetti, una volta sottratti ai luoghi d’origine, continuino a produrre significati, legando indissolubilmente le due sponde del Mediterraneo.

L’itinerario prosegue

Dopo il successo di Atene, che permette per la prima volta un dialogo diretto tra le opere italiane e la “madrepatria” greca, la mostra intraprenderà un viaggio di ritorno verso l’Italia. Da ottobre a dicembre 2026, il testimone passerà al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Qui, in sinergia con la Scuola Archeologica Italiana di Atene e il direttore Fabrizio Sudano, il progetto si arricchirà di un fitto programma di convegni e attività educative, confermando l’impegno del Ministero nel coniugare la valorizzazione del patrimonio con l’inclusione sociale e la rigenerazione territoriale.

Vulci, ancora una volta, si conferma non solo uno dei siti archeologici più affascinanti della Tuscia, ma un attore protagonista sulla scena culturale mondiale, capace di portare il valore eterno della propria storia fin sopra la collina dell’Acropoli.

La mostra “Ispirazioni. Vite italiane dell’arte greca” è un progetto elaborato dal Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale del MiC, diretto da Alfonsina Russo, in collaborazione col Museo dell’Acropoli diretto dal Prof. Nikolaos Stampolidis.

 


Il volto dell’Altro: La Kore di Vulci e quel ricciolo che incanta il Mediterraneo

Guardatela bene. Fermatevi un istante, distogliete lo sguardo dal frastuono del presente e provate a incrociare quello della Kore di Vulci. C’è qualcosa di perturbante in quel marmo, un’eco che attraversa i millenni e arriva dritta a noi, nella Tuscia, terra di sedimenti e di segreti che, ogni tanto, decide di restituirci un frammento di verità assoluta.

Questa fanciulla in marmo, che oggi (e per qualche mese) è protagonista del Museo dell’Acropoli di Atene, non è un semplice reperto. È un manifesto. È un’ambasciatrice che parla una lingua che pensavamo di aver dimenticato: la lingua del Mediterraneo come piazza, come mercato, come luogo di contaminazione feconda.

Siamo nei primi decenni del V secolo avanti Cristo. Il mondo antico non è il recinto chiuso che a volte, con un po’ di superbia, ci figuriamo. È un fervore. Questa Kore – trovata nel cuore di Vulci, tra le pieghe del Tempio Nuovo grazie al fiuto instancabile dei ricercatori di Friburgo e Magonza – è un oggetto alieno, eppure di casa. È un’opera di atelier attico. Pensateci: un pezzo di Atene che approda a Regisvilla, che risale il fiume, che entra nelle stanze dell’aristocrazia etrusca.

È un ponte. È la prova provata che l’Etruria non era un’isola sperduta, ma un avamposto del mondo, dove il marmo greco veniva importato per sancire prestigio, per dire al mondo: “Noi ci siamo, noi capiamo la bellezza, noi siamo parte del gioco”.

Non è la solita, algida statuaria di maniera. È un’opera viva. C’è quel ricciolo dipinto sulla guancia, una vanità, un vezzo che ci restituisce l’umanità dell’artista – e della donna – di allora. E poi l’interno degli occhi in terracotta… c’è una cura del particolare che ti fa venire voglia di allungare una mano, di sentire se quel marmo è ancora caldo del sole di primavera.

Il fatto che questa testa sia oggi ad Atene, in un dialogo quasi metafisico con la sua terra d’origine, non è solo una strategia diplomatica – per quanto importante, sia chiaro, nel solco di quel Piano Mattei che finalmente guarda al Mare Nostrum come a un unico grande organismo. È un atto di restituzione alla storia.

Non guardatela come un oggetto da vetrina. Guardatela come una sfida. È la sfida della cultura, l’unica capace di abbattere le mura che noi moderni continuiamo a costruire per paura dell’ignoto. La Kore di Vulci ci insegna che il segreto dell’identità occidentale non sta nel chiudersi, ma nell’aprirsi.

Vulci non è più solo una città etrusca. È diventata, grazie a questo frammento di marmo, il punto in cui l’Etruria e la Grecia si sono date la mano. E in quel ricciolo sulla guancia, la storia ci sorride ancora, fiduciosa che, dopotutto, la bellezza resti l’unico vero, eterno collante di questo strano, meraviglioso mare.

La Kore di Vulci è stata riportata alla luce nel contesto del progetto internazionale “Vulci Cityscape”, diretto da Mariachiara Franceschini e Paul P. Pasieka. Sarà il perno del nuovo Museo della Scultura presso il Complesso di San Sisto, una delle porte di accesso a quel tesoro immenso che è il Parco di Vulci. 

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